di Giuseppe Carroccia—-

A un mese dall’inaugurazione della nuova sede all’Eur della multinazionale svedese che ha chiuso gli uffici di via Anagnina, rimane aperta la questione del mantenimento dei livelli occupazionali.

La multinazionale svedese sostiene che il cambio di sede è finalizzato ad avere uffici più moderni e funzionali, ma la Cgil ha espresso preoccupazione per le decisioni che hanno preceduto questo spostamento, come la cessione di un ramo d’azienda che è stata dichiarata illegittima.

Si tratta del terzo cambio di sede. Il primo 60 anni fa fu quello che spostava la sede della Fatme, in cui Ericsson fin dalla fondazione aveva un pacchetto azionario, dalla via Appia a via Anagnina.

Negli anni settanta la Fatme è stata una delle fabbriche più importanti della capitale, sbocco occupazionale per gli studenti che si diplomavano negli istituti tecnici, in particolare i periti in telecomunicazioni.

Gli operai e le operaie furono protagoniste di molte vertenze e costituivano anche il nerbo del radicamento operaio del Partito Comunista a Cinecittà.

Gli interventi dei delegati catalizzavano l’attenzione nelle assemblee studentesche come quello dei partigiani.

La Fatme fu la prima fabbrica in Italia a vedere varcare i cancelli un dirigente sindacale esterno. Il 30 ottobre 1969 il segretario generale della Fiom, Bruno Trentin accompagnato dagli operai tenne un’assemblea dentro la fabbrica durante uno sciopero. Fu un evento simbolico di grande importanza, la Costituzione entrava nelle fabbriche, iniziava la lotta per conquistare lo Statuto dei lavoratori.

Anche per questi motivi lo spostamento andrà seguito per evitare che sia un ennesimo atto del processo di deindustrializzazione del nostro paese.

Una questione che non riguarda solo la nostra regione perché  Ericsson ha sedi anche in altre città.