di Loredana Fraleone—-
C’erano rappresentanti di molti territori della Tuscia all’assemblea che si è tenuta in piazza sotto il Comune di Viterbo, il maggiore azionista della società “Talete”, che gestisce l’acqua nel Viterbese.
Che la composizione della società sia formata dai sindaci della Provincia non caratterizza la gestione come pubblica, stante la sua natura di Spa che risponde alle logiche privatistiche di tutte le società per azioni. Non a caso i sindaci nelle assemblee della “Talete” si comportano come amministratori unici, prendendo decisioni pesanti, come quella di cedere il 40% delle quote ai privati, senza coinvolgere i propri Consigli comunali, non parliamo della cittadinanza.
Comitati e cittadini presenti all’assemblea hanno snocciolato tutti i problemi che tale gestione comporta, dal caro bollette alla presenza dell’arsenico, che si potrebbe risolvere sia con pozzi in località individuate dall’Università della Tuscia che ne sono del tutto prive, sia con un sistema di filtraggio, proposto dai Medici per l’ambiente, efficace e molto più economico delle pratiche attuali. Anche il cambiamento climatico potrebbe essere contenuto, nei suoi effetti, rispetto alla crescente difficoltà di ricarico delle falde acquifere, con il recupero dell’acqua piovana attraverso invasi appositi.
Le soluzioni per garantire un’acqua pulita e a costi contenuti alla popolazione ci sarebbero dunque, ma è evidente che finché c’è una logica privatistica sulla sua gestione, non ci saranno investimenti né per queste soluzioni, né per sostituire condutture colabrodo che disperdono quasi la metà dell’acqua dalla fonte.
La Regione Lazio sta puntando, su proposta di FI e l’assenso del PD, a eliminare le cinque ATO (Ambiti Territoriali Ottimali) provinciali, per costituirne una unica regionale, che andrebbe inevitabilmente a finire sotto le grinfie di ACEA, già presente nella gestione della provincia di Roma e nel sodalizio con il sindaco Gualtieri, con cui condivide scelte come il devastante quanto inutile raddoppio del Peschiera e la costruzione dell’inceneritore di Santa Palomba.
La vertenza principale quindi va rivolta alla Regione Lazio, dove giace inapplicata dal 2014 la legge che fu approvata all’unanimità a seguito del Referendum per l’acqua pubblica stravinto dai promotori. Una legge che restituisce ai territori il controllo sull’acqua, istituendo ambiti idrici sulla base di omogeneità territoriale e un principio solidaristico.
La giunta di centrosinistra prima e quella attuale di centrodestra vanno nella direzione opposta al recupero della gestione pubblica, l’ulteriore privatizzazione è l’obiettivo condiviso dalle forze politiche che sono presenti nel Consiglio regionale, ma anche a causa del cambiamento climatico e il suo impatto su una risorsa che tende a scarseggiare, i comitati per l’acqua bene comune si stanno diffondendo e vogliono che la legge n. 5 del 2014 venga attuata come unica soluzione per la gestione dell’acqua.
