di Cgil Lazio—- 

Il rientro di settembre nel Lazio, dice Repubblica di Roma oggi, ha messo sul tavolo una situazione difficile poiché molte vertenze sono ancora irrisolte benché Regione e governo abbiano aperto dei tavoli di confronto già da diversi mesi. A darne l’allarme è la Cgil del Lazio che ha indetto una manifestazione per il 17 ottobre insieme a una rete di più di cento realtà associative, tra cui Libera, Arci ed Emergency. Il corteo arriverà a piazza del Popolo e dovrebbe coinvolgere migliaia di lavoratori in cassa integrazione provenienti da ogni parte del Lazio. Fabrizio Potetti, segretario della Cgil di Roma e del Lazio, prevede una stagione autunnale complicata, con migliaia di posti a rischio nella capitale. Il sindacato chiede da tempo garanzie all’esecutivo ma questo, a suo dire, si limita a ricorrere agli ammortizzatori sociali, cioè strumenti che bloccano i licenziamenti ma che allo stesso tempo lasciano le crisi senza sbocchi.

Le cifre danno la misura del problema. Tra gennaio e giugno 2026 nella regione sono state autorizzate più di otto milioni di ore di cassa integrazione, con una quota del 56% riferita a manifattura e agroalimentare. A seguire ci sono automotive, edilizia, commercio e logistica. Il sindacato ha messo insieme un dossier sui casi principali. Nell’hinterland romano, a Pomezia, è in bilico il futuro di Fiorucci e Crik Crok, dove lavorano oltre cento persone. In città si aggiungono le vertenze di As Roma e Coin e, soprattutto, la situazione dei call center, dove i posti minacciati superano i 1200. Anche l’audiovisivo è in difficoltà. Il gruppo cinese Zte ha deciso di licenziare 91 addetti della sede di via Laurentina, un caso che la Slc Cgil di Roma considera parte di una crisi più generale dei servizi nella capitale.

Nel resto della regione il quadro peggiora. In Ciociaria, nell’agro pontino e nel Reatino la maggior parte dei piani di rilancio industriale è naufragata o non si muove. L’esempio più significativo è l’ex Saxa Gres, produttrice di porcellanato con impianti a Roccasecca e Anagni. Avrebbe dovuto cambiare pelle e puntare sull’automotive ma le linee restano ferme e quasi duecento lavoratori sono a rischio. Su tutto il territorio grava poi l’incertezza per lo stabilimento Stellantis di Cassino e per le aziende dell’indotto. Ad Aprilia c’è la Kes Italy, del gruppo Koch Engineered Solutions, che costruisce impianti petrolchimici. Da mesi i sindacati temono oltre sessanta esuberi e lo spostamento della produzione in Asia, spinto dall’aumento delle materie prime e dell’energia. Vicino a Rieti, alla Aartee, azienda che realizza laminati, i dipendenti vivono sospesi tra fallimento, cassa integrazione e stipendi pagati in ritardo.

Il quadro non è però privo di spiragli. Secondo Potetti esistono le fondamenta per far ripartire industria e occupazione. Vanno bene il polo farmaceutico compreso tra Latina e Frosinone e il distretto aerospaziale. Restano però tre motivi di preoccupazione, infatti dal prossimo anno i fondi del Pnrr non ci saranno più, la zona logistica semplificata non ha ancora prodotto risultati visibili e infrastrutture cruciali come la Orte-Civitavecchia sono in ritardo. Gli aiuti pubblici, poi, hanno un orizzonte troppo breve per fare davvero la differenza.

L’intervista a Natale Di Cola, segretario generale della Cgil del Lazio da oltre tre anni, che vive probabilmente la fase più delicata da quando ha assunto l’incarico, approfondisce queste posizioni. Di Cola dice che tutte le crisi lo preoccupano perché minacciano la stabilità di lavoro e reddito e impoveriscono il tessuto economico e sociale della regione. I dati sulla cassa integrazione, a suo avviso, provano che l’industria laziale soffre di problemi strutturali. Servono risposte rapide e condivise da istituzioni e parti sociali, a cominciare da Cassino, dove è in gioco il futuro dell’automotive laziale e nazionale. Al governo, in relazione ai tavoli, Di Cola chiede vere politiche industriali e una programmazione dell’economia che, a suo giudizio, da tempo hanno lasciato il posto a sussidi poco efficaci. Propone un piano straordinario sull’energia per aumentare l’autonomia del Paese, abbassare le bollette di famiglie e imprese e proteggere l’ambiente, con le aziende pubbliche a fare da traino a innovazione e riconversione. 

Occorre, inoltre, rimettere insieme un mondo del lavoro spezzettato. Frammentazione ed esternalizzazioni hanno peggiorato le condizioni nell’industria che oggi non garantisce più di per sé un buon impiego. Sulla produttività osserva che dipende anche dalla qualità del lavoro e cresce quando le aziende puntano su innovazione, benessere dei dipendenti, formazione e dialogo con il sindacato per organizzare meglio le attività. Insieme a Regione, università e organizzazioni degli imprenditori la Cgil si dice disponibile a lavorare per togliere il Lazio dalla stagnazione. 

A Regione e Comune di Roma chiede di non interrompere gli investimenti pubblici partiti con il Pnrr e il Giubileo e di varare un piano straordinario per un lavoro di qualità, basato sulla formazione finalizzata ad assunzioni stabili, su un sistema unico di gestione degli appalti pubblici e sulla lotta ai contratti pirata che possono togliere ai lavoratori fino a 6 mila euro l’anno. 

Per quanto riguarda il carovita, Regione e Comune potrebbero contribuire eliminando le rispettive maggiorazioni sulle addizionali locali all’Irpef, con un ritorno medio di circa 500 euro per le famiglie che vivono di lavoro o pensione. Per i giovani Di Cola sostiene la necessità di garantire il diritto a restare nelle città dove si nasce, si cresce o si studia. Un buon stipendio e un buon impiego non bastano se comprare o affittare casa costa troppo e i servizi pubblici sono carenti o di scarsa qualità.