di Daniela Alessandri—- 

Via Cristoforo Colombo, altezza ex Fiera di Roma, fermata del 714.

Non nella Roma delle cartoline istituzionali, dei rendering sul Giubileo e delle conferenze sulla “smart city”, ma nella città reale. Quella dove il tempo non si misura in minuti, ma in autobus saltati, coincidenze perse e pezzi di vita consumati alle fermate.

Prima controllo Moovit.
Poi l’app di Atac.
Poi guardo direttamente la strada, perché a Roma l’esperienza insegna che l’unica fonte davvero affidabile è vedere il bus comparire all’orizzonte.

“714 — 6 minuti”. Aggiorno.

“714 — 2 minuti”. Aggiorno ancora.

Il 714 sparisce. La schermata cambia: “714 — 21 minuti”.

Un’altra corsa saltata.

E in quell’istante tutta la narrazione ufficiale del Comune di Roma crolla di colpo.

Perché da anni il Campidoglio parla di sostenibilità, transizione ecologica, mobilità intelligente, capitale europea. Ma la vita concreta di chi prende i mezzi racconta altro: un sistema di trasporto pubblico fragile, insufficiente e gestito in emergenza permanente.

Le app non creano il problema. Lo rendono visibile.

Dietro ogni autobus che scompare dallo schermo non c’è un mistero informatico: c’è una rete allo stremo, mezzi insufficienti, manutenzione carente, carenza di personale, turni scoperti, traffico ingestibile e un servizio che da anni non riceve il potenziamento strutturale necessario.

E soprattutto c’è una responsabilità politica precisa.

Atac viene trattata da anni come un costo da contenere invece che come un’infrastruttura sociale fondamentale. Si preferisce amministrare il declino anziché invertire la rotta con investimenti massicci su mezzi, personale, frequenze e manutenzione.

Nel frattempo i cittadini imparano ad adattarsi al disservizio:

  • escono di casa un’ora prima;
  • calcolano il “margine Atac”;
  • controllano tre app contemporaneamente;
  • rinunciano ai mezzi la sera;
  • comprano uno scooter o un’auto perché non hanno alternative reali.

E questa non è una semplice inefficienza. È una forma concreta di disuguaglianza urbana.

Perché chi vive nelle periferie paga ogni giorno un prezzo sociale enorme: ore sottratte al sonno, alla famiglia, allo studio, al tempo libero. La mobilità romana divide la città tra chi può muoversi e chi resta intrappolato.

Nel centro storico, dove si concentrano turismo, vetrine, eventi e interessi economici, il servizio resta relativamente più frequente. Nelle periferie invece il trasporto pubblico diventa intermittente, precario, spesso umiliante.

Altro che “città dei 15 minuti”.

Per migliaia di persone Roma è la città dei 49 minuti ad aspettare un autobus che arriva in ritardo e affollato.

E mentre i cittadini vivono tutto questo, l’amministrazione di Roberto Gualtieri continua a investire enormi energie politiche e mediatiche su grandi eventi, cantieri-vetrina e operazioni urbanistiche ad alta visibilità.

La mobilità quotidiana invece resta il grande rimosso.

Persino il linguaggio istituzionale serve spesso a normalizzare il disastro: “criticità”, “rimodulazione del servizio”, “razionalizzazione”. Espressioni tecniche dietro cui si nasconde una verità molto più semplice: il servizio pubblico non riesce a garantire il diritto elementare a muoversi in città.

E allora quella scena alla fermata del 714 — persone immobili davanti a un autobus che scompare dallo schermo del telefono — smette di essere un episodio casuale.

Diventa il simbolo politico di una città governata sempre più per i flussi turistici, la rendita urbana e l’immagine internazionale, mentre il diritto alla mobilità dei residenti viene progressivamente degradato.

Quella corsa che sparisce dall’app non è un bug.

È la rappresentazione quotidiana di un declino del trasporto pubblico che la politica romana non solo non ha fermato, ma ha finito per considerare normale.