di Andromeda—-
Sembra strano parlare di usi civici negli anni duemila, un’istituzione che risale al medioevo, quando le risorse principali per la sussistenza delle popolazioni venivano prevalentemente dalla terra.
Perché interessarsene oggi? La ragione principale sta nella grande estensione dei terreni di proprietà collettiva soggetti ad usi civici, calcolata nel 1985 in tre milioni di ettari per le superfici a bosco e pascolo e per 250.000 ettari per la coltura agraria e altre destinazioni di pubblico interesse.
Non sembra a oggi che questi i numeri siano cambiati di molto.
Gli usi civici hanno cambiato alcune funzioni attraverso i diversi periodi storici.
Nel secondo dopoguerra, sono diventati strumenti importanti per la tutela del territorio, stante l’inserimento delle “aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici” nella tutela ambientale e paesistica.
Il primo intervento in materia di associazioni agrarie della Regione Lazio è stata la prima legge nella materia degli usi civici.
L’obiettivo della legge regionale 22 febbraio 1985, n.22 era in primo luogo quello di “garantire l’attuazione di un corretto metodo democratico nella determinazione della rappresentanza degli utenti nelle Associazioni agrarie del Lazio, quali organismi gestori delle terre gravate da uso civico”. Con la legge regionale 28 luglio 1988, n. 43 la Regione riconosce agli enti che amministrano, in via esclusiva, beni demaniali di uso civico un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’economia agricolo-zootecnica e per la tutela dei beni naturalistici nell’ambito della propria competenza territoriale.
