di Daniela Alessandri—-
Il quarto “rapporto alla città” presentato dal sindaco di Roma è stato l’ennesimo esercizio di autocelebrazione di una giunta che continua a confondere le politiche pubbliche con le strategie immobiliari. Ma la Roma reale è lontana dal racconto ufficiale: una città segnata da disuguaglianze crescenti, con un’amministrazione che continua a privilegiare i grandi interessi economici rispetto ai bisogni sociali.
Il “metodo Giubileo”: commissari e poteri speciali
Il cosiddetto metodo Giubileo, indicato dal sindaco come modello per il futuro, viene presentato come sinonimo di efficienza. In realtà, è una governance commissariale che concentra poteri, deroga alle regole e riduce la partecipazione democratica.
Dietro la retorica della rapidità si cela un metodo che favorisce gli investitori e indebolisce la programmazione pubblica, mentre i cittadini restano spettatori di decisioni già prese.
Casa e “rigenerazione”: un lessico che nasconde la rendita
Sulle politiche abitative, le parole non coincidono con i fatti.
Nel 2024 la Ater Roma ha reso disponibili solo 87 alloggi per la graduatoria delle case popolari — poco più di sette al mese — mentre le famiglie in lista d’attesa sono oltre 18.000.
Nello stesso anno a Roma si sono registrate più di 5.200 sentenze di sfratto, con circa 2.000 esecuzioni forzate: un’emergenza strutturale che il Campidoglio ignora.
Il sindaco ha rilanciato l’idea di acquistare alcune centinaia di alloggi e promuovere il cosiddetto “social housing”, ma è chiaro che si tratta di interventi a mercato, non di edilizia pubblica.
Intanto, la rigenerazione urbana degli ex Mercati Generali passa attraverso un accordo con il fondo americano Hines, confermando la linea dell’alleanza stabile con i grandi capitali immobiliari.
Nessun piano serio per il patrimonio ERP, nessuna misura di graduazione degli sfratti: solo annunci e conferenze stampa.
Stadio, Teatro Valle, Julia 3.0: il catalogo delle opere
Nel suo discorso il sindaco ha celebrato anche la riapertura del Teatro Valle, il progetto definitivo dello stadio della Roma a Pietralata, la partenza del recupero degli ex Mercati Generali e la piattaforma digitale Julia 3.0, presentata come rivoluzione amministrativa.
Ma dietro il linguaggio della modernizzazione si intravede la continuità di un modello: grandi opere, grandi appalti e poca trasparenza.
Il Teatro Valle rischia di diventare una vetrina istituzionale, lo stadio una nuova occasione di rendita, Julia 3.0 un maquillage tecnologico che non cambia la sostanza di una macchina comunale lenta e inaffidabile.
Mobilità: la città ferma
Il Rapporto Mobilità 2025 conferma che Roma resta una delle città più motorizzate d’Europa: il numero di auto private continua a crescere nonostante l’aumento della flotta di mezzi pubblici a basse emissioni.
I nuovi cantieri di metro e tram procedono a rilento, i bus sono insufficienti e i quartieri periferici restano isolati.
Dietro gli slogan sulla “mobilità sostenibile” non c’è un piano capace di cambiare le abitudini di spostamento, né investimenti proporzionati alla gravità del problema.
Roma come laboratorio del neoliberismo urbano
Sullo sfondo di questi annunci si delinea una città governata dalla rendita e dalle deroghe: poteri speciali, fondi immobiliari che trasformano interi stabili in studentati di lusso, quartieri popolari abbandonati, servizi pubblici in crisi.
Si parla di “transizione ecologica”, ma si continua a consumare suolo; con la “rigenerazione” si svendono gli spazi collettivi; si cita la “partecipazione”, ma si governa per ordinanze e commissari.
Roma diventa così un laboratorio del neoliberismo urbano: una città affidata alla logica del profitto, dove il diritto all’abitare, alla mobilità, alla cultura viene sostituito dal marketing politico.
Un’altra Roma si muove
Eppure un’altra città esiste. Quella dei comitati di quartiere, dei movimenti per la casa, dei lavoratori e delle lavoratrici che resistono ogni giorno all’abbandono e alla retorica del “rilancio”.
È la Roma che non appare nei rapporti ufficiali ma costruisce dal basso solidarietà, spazi comuni, reti di mutualismo.
Una Roma che non aspetta il Giubileo per essere viva — perché la sua forza non sta nei poteri speciali, ma nelle persone che non si rassegnano.
