di Maurizio Semplice—-
Roma non è una città in crisi. Roma è una città governata attraverso la diseguaglianza. Qui la povertà non è un’anomalia: è parte del funzionamento urbano. È distribuita, gestita, spostata. Mai eliminata. Roma è il laboratorio perfetto di un potere che ha imparato a convivere con l’ingiustizia purché resti invisibile al centro e confinata ai margini. La retorica parla di “città complessa”, in realtà è una città gerarchica.
Una città divisa: centro vetrina, periferie discarica sociale
A Roma bastano poche fermate di metro per cambiare destino. Dal centro storico gentrificato a Tor Bella Monaca, da Trastevere a Corviale, da Prati a San Basilio: non è solo una differenza urbanistica, è una differenza di valore umano attribuito. Il centro viene curato, valorizzato, protetto. Le periferie vengono contenute, sorvegliate, dimenticate. Non è incuria: è priorità politica. Le grandi operazioni urbane si concentrano dove rendono consenso, turismo, investimenti. I quartieri popolari ricevono interventi frammentari, emergenziali, spesso legati al controllo più che ai diritti.
La casa: il principale strumento di espulsione sociale
A Roma la casa non è un diritto: è una selezione. Lo testimoniano gli affitti fuori scala rispetto ai salari, sfratti eseguiti anche in assenza di alternative, case popolari insufficienti, liste d’attesa che durano anni. Il risultato è una città che espelle. Espelle lavoratori, famiglie, giovani, anziani. Li spinge sempre più lontano, sempre più fuori, sempre più invisibili. Le amministrazioni comunali che si sono succedute hanno tutte dichiarato l’emergenza abitativa. Nessuna l’ha mai affrontata strutturalmente. Perché affrontarla significherebbe sfidare la rendita immobiliare, investire massicciamente in edilizia pubblica, sottrarre la casa alla pura logica del mercato. E questo, a Roma, non si fa. Perché la rendita comanda più del bisogno.
Povertà amministrata, non combattuta
Roma non combatte la povertà: la gestisce. Centri di assistenza, mense, dormitori, progetti temporanei. Tutto necessario, tutto insufficiente. Una rete che impedisce il collasso, ma non costruisce emancipazione. Il Comune, la Regione, lo Stato si rimpallano competenze. Intanto chi lavora resta povero, chi perde la casa scivola rapidamente, chi nasce in un quartiere marginale ha meno futuro ancora prima di iniziare. La povertà viene trattata come una condizione personale, non come il prodotto di scelte politiche precise su lavoro, casa, servizi e trasporti.
Le responsabilità
Le responsabilità sono politiche; del Comune che pianifica senza riequilibrare, della Regione che coordina senza incidere e dello Stato che finanzia senza trasformare. Non è mancanza di studi, dati o competenze. È mancanza di volontà di conflitto con chi trae vantaggio da questa città diseguale: rendita immobiliare, interessi consolidati, consenso corto. Roma non è ingovernabile. È governata secondo interessi precisi e mostra cosa accade quando la diseguaglianza viene normalizzata: una città stanca, arrabbiata, frammentata, dove ognuno sopravvive come può. Chi governa Roma senza mettere al centro casa, lavoro, servizi universali non sta amministrando: sta conservando un ordine ingiusto.
Allo stato delle cose non esiste neutralità possibile. O Roma diventa una città che redistribuisce risorse e potere, oppure continuerà a essere una capitale che brilla al centro e marcisce ai margini, cinica e sorniona nelle migliori delle ipotesi. Roma non è povera. È diseguale per scelta. E ogni scelta che mantiene questa diseguaglianza ha un nome: potere.
