Comitato Ex Mercati Generali—-

Siamo il Comitato per la tutela degli ex Mercati Generali e la notizia di oggi, per noi ma non solo, è significativa. Hines (il fondo americano che finanzierebbe lo studentato di lusso agli mercati) riorganizza la sua “piattaforma europea“ mentre l’AD Mario Abbadessa lascia per dirigere il Piano Casa del Governo Meloni. 

Quando un colosso come Hines sposta il baricentro della propria struttura quello che cambia non è solo un organigramma: cambia il ritmo con cui una città viene trattata, “messa a valore”. 

La notizia è chiara: dopo 16 anni Mario Abbadessa, volto e regista della stagione italiana di Hines, lascia l’azienda-madre per assumere un ruolo molto più rilevante, politico. Intanto la gestione della programmazione del colosso immobiliare statunitense per quanto riguarda il nostro Paese viene inglobata in un nuovo modello regionale con Spagna, Portogallo e Grecia sotto la supervisione sovranazionale di Vanessa Gelado e la guida operativa in Italia di Raoul Ravara. Ma a leggere bene la notizia, non si tratta solo di un giro di poltrone che nasce fuori e oltre i confini del Belpaese. 

Perché tutto ruota sulla pedina di Mario Abbadesssa che lascia il suo ruolo dirigenziale in Hines per andare a occupare una casella più importante: dirigere il Piano Casa del governo, proprio quel piano che Giorgia Meloni ha annunciato nella conferenza stampa di fine anno come forse unica novità di rilievo. Lui, insieme a una trentina di colleghi del fondo immobiliare texano che si propone di cementificare l’area degli ex Mercati Generali, andranno a costruire 100.000 case nell’arco di dieci anni a prezzi e canoni di affitto “accessibili”: questo è l’annunciato Piano Casa Meloni. Decideranno aree, architetti, progetti, c’è da immaginare. 

L’edificazione di queste case a prezzi “accessibili” sarà per altro realizzata con la partecipazione di capitali privati, quindi – è probabile – anche di Hines. E di tutti i suoi partners. Come ricorda oggi il Sole 24 Ore, Abbadessa è stato scelto da Meloni proprio perché “in Hines ha già fatto questa tipologia di operazioni, come fondi sovrani e soggetti privati di Emirati Arabi, Arabia Saudita e Qatar, ma anche Kuwait che a suo tempo aveva investito in MilanoSesto”. E noi ci ricordiamo anche degli israeliani, delle assicurazioni Menora Mivtachim. Abbadessa li chiamerà a nuovi progetti. 

I contorni dell’operazione sfumano nell’ indistinto, in un’opacità e in un sistema di porte girevoli dentro il quale non si capisce più dove inizi l’interesse pubblico e dove finisca quello privato, della rendita immobiliare e finanziaria. E dove tutto, alla fine, sembra asservito solo alla logica del mercato, anzi del gigante del mercato, del colosso mangiacittà: Hines con i suoi sodali. Così anche il contrasto al “disagio abitativo”- come il governo chiama il diritto all’abitare- viene incanalato e asservito al grande capitale multinazionale. 

Come potranno i sindaci e i comuni opporsi a questo modello totalizzante di privatizzazione dell’urbanistica e dello Stato? Milano, Roma, Firenze, Venezia, Bologna e Napoli, i grandi centri più attaccati dal carovita e dall’ overtourism, dove è più difficile per studenti, anziani, giovani coppie e famiglie a basso reddito, cioè per la stragrande maggioranza dei cittadini, trovare case a prezzi non stellari, verranno ora riprogettate dai fondi privati, magari utilizzando aree pubbliche, come nel caso degli ex Mercati Generali, per costruire casermoni, con un nuovo enorme consumo di suolo. 

Questo meccanismo può essere visto come l’eredità culturale e politica seminata da Abbadessa per la sua prossima missione. Perché annunciando la sua uscita da Hines, il 24 agosto scorso al Meeting di Rimini nell’incontro “Ri-costruire”. La città come luogo di vita”, Abbadessa ha detto cose che suonano come una dichiarazione di metodo. «Le energie, quindi tutti gli investimenti, si concentrano nelle grandi città». La frase successiva è ancor più agghiacciante, perché tiene insieme tutto: anche l’intervento sociale deve «avere una sua redditività», perché senza convenienza economica non regge. Non speculazione, dice, ma ritorni più bassi e più stabili nel tempo. Un altro portafoglio. La città dei ricchi e l’hinterland dei poveri, come le banlieue? In effetti ha portato esempi concreti che sembrano avvicinarsi a questo vecchio e fatiscente modello: studenti a canoni calmierati, famiglie che non possono permettersi prezzi da città-vetrina, anziani e nuove esigenze abitative. Ha parlato di città metropolitana contro città-comune, ha evocato la cintura urbana e i collegamenti, e per spiegarsi ha citato ancora Milano, Sesto San Giovanni, Vimodrone, con un dato che fa effetto: bilocali che si trovano a 75.000 euro, connessi dalla metro, mentre “un box auto”in centro può costare la stessa cifra.

Non è uno scandalo. È una visione. Ma è una visione che riduce la città a sistema economico da far funzionare, l’abitare come variabile di sostenibilità finanziaria, la rigenerazione come strumento per rendere attrattivo un quadrante e “stabilizzare” la rendita.

Quando questa logica atterra a Roma, atterra nei punti sensibili. E gli Ex Mercati Generali sono uno di questi: un nodo urbano che riguarda un quadrante intero. Ostiense, San Paolo, Garbatella, Piramide non sono quartieri “di passaggio”: sono quartieri popolari e storici, già attraversati da una gentrificazione che si misura nei prezzi e nei cambi di vita. Qui l’accelerazione non è un concetto astratto: è la differenza tra restare e dover andare via.