di Loredana Fraleone—-

C’è un settore produttivo che non lamenta, in una fase di crisi di sovrapproduzione, problemi di domanda, stante le guerre presenti nel mondo. L’industria bellica è fiorente anche in Italia, anzi costituisce un settore industriale in grande espansione.

Nell’arco di pochi anni la produzione bellica italiana è aumentata di più dell’80%. La sede di molte importanti multinazionali di questo settore e di medie e piccole aziende dell’indotto si trova nel Lazio. La Leonardo Spa, che costituisce l’impresa più importante nella Regione è presente a Roma Est, nella cosiddetta “Tiburtina Valley”, nella Ciociaria, a Pomezia e Colleferro.

Greenpeace, nel rapporto di fine 2024 sui profitti di guerra, riferisce degli extra.profitti incassati dalla Leonardo, che ha come maggiore azionista (30%) il ministero dell’Economia. Secondo la ONLUS, se fossero tassati, porterebbero un enorme beneficio ai conti dello Stato, ma come si è visto non vi è nessuna intenzione di tassare gli extra-profitti.

Dal punto di vista occupazionale, la rete delle imprese del settore che fa capo a Leonardo, impegnate anche in produzioni civili, è composta da circa 830 aziende, che insieme alla multinazionale occupano 24.200 lavoratori e lavoratrici, sempre più caratterizzati da figure professionali per la ricerca e le nuove tecnologie.

L’aumento degli investimenti e della produzione di armi, con quello esponenziale dei profitti, diventa così anche un fattore di posizionamento rispetto alla guerra, come dimostra anche la vicenda ucraina.

“L’Europa per la guerra” non parla più di riconversione produttiva in senso ecologico, il richiamo ossessivo alla necessità di difesa obbedisce al “fai da te” ordinato dagli USA di Trump, paventando una presunta minaccia russa e oscurando il fatto che la NATO, come dicono ormai in molti, ha indotto la Russia all’invasione dell’Ucraina per impedire che vi si ponessero basi NATO.

In questo contesto, il progetto della riconversione ecologica della produzione va rilanciato dal movimento pacifista, anche per prospettare possibilità occupazionali alternative a quelle della produzione bellica.