di Freedom Flotilla Italia *—-

Flotille, la Procura di Roma indaga sui vertici israeliani. Non serviva una sentenza per vedere l’ingiustizia: ora nessuno può fingere di non sapere.

La vita dei palestinesi vale o no? È questa la domanda alla quale i governi europei, e quello italiano in particolare, non possono più sottrarsi.

Ci voleva una comunicazione della Procura della Repubblica di Roma perché diventasse più difficile ignorare ciò che le testimonianze degli attivisti delle Flotille denunciano da tempo? Perché si prendesse finalmente atto della gravità di quanto accaduto a persone impegnate in missioni civili dirette verso Gaza?

Le indagini della Procura romana, che coinvolgono anche esponenti politici e militari israeliani, ricostruiscono condotte gravissime: abbordaggi in acque internazionali, privazione della libertà personale, percosse, minacce, lesioni, privazione di cibo e cure mediche e limitazioni del diritto alla difesa. Sarà la magistratura a stabilire le responsabilità individuali. Ma già oggi questi elementi impongono una risposta politica e istituzionale all’altezza della loro gravità. 

La procura della repubblica, fermo restando il positivo giudizio sull’avvio delle indagini e l’accertamento delle responsabilità relative alle missioni recenti, avrebbe il dovere di estendere le indagini sulla responsabilità che ricadono sui rappresentanti del Governo israeliano su tutte le circa 40 missioni che Freedom Flotilla Italia ha organizzato nei circa 20 anni dalla sua fondazione.

Il problema, però, va ben oltre le Flotille.

Il governo israeliano prosegue nell’azione nella convinzione di poter decidere unilateralmente dove intervenire, chi fermare, chi bombardare e quali vite possano essere sacrificate, come il diritto internazionale fosse un vincolo facoltativo e non un obbligo.

È una logica di impunità che richiama, per il suo tentativo di imporre unilateralmente regole e confini, quei sistemi di potere mafioso che in diverse aree del nostro Paese si sono sostituiti alla legalità dello Stato. Non è una semplice questione diplomatica: è una sfida all’ordine giuridico internazionale e alla credibilità delle istituzioni che dichiarano di difenderlo. 

Di fronte a tutto questo, la politica e gli Stati rischiano di apparire come guardoni impotenti, paralizzati dalla paura di assumere decisioni che possano incrinare i rapporti con Israele. Le dichiarazioni di circostanza, le formule diplomatiche e le richieste generiche di moderazione non bastano più.

Non basta neppure ridurre il genocidio a una disputa terminologica, minimizzare la distruzione di Gaza o legittimare politicamente le scelte del governo israeliano mentre la popolazione palestinese continua a pagare un prezzo immenso in vite umane, sofferenza e privazione dei propri diritti.

La questione fondamentale resta il popolo palestinese.

Le vite palestinesi hanno lo stesso valore delle nostre? Il diritto alla libertà, alla sicurezza, alla salute, all’autodeterminazione e a un futuro è davvero universale, oppure dipende dalla nazionalità di chi lo rivendica?

Se i diritti valgono soltanto quando non disturbano gli interessi dei governi, allora non sono diritti universali: sono privilegi concessi da chi detiene il potere.

Le missioni di Freedom Flotilla Italia e della propria coalizione internazionale hanno cercato di rompere il silenzio e di contestare, attraverso l’azione civile, il blocco di Gaza. Le denunce dei loro partecipanti meritano ascolto, tutela e un accertamento rigoroso. Chi ha scelto la solidarietà non può essere trattato come un nemico per aver preteso il rispetto del diritto e la protezione della popolazione palestinese.

Freedom Flotilla Italia chiede che le istituzioni italiane sostengano pienamente il lavoro della magistratura, garantiscano tutela a tutti i cittadini coinvolti, pretendano collaborazione giudiziaria e adottino iniziative politiche concrete per impedire nuove violazioni. Il rispetto del diritto internazionale non può essere selettivo e la responsabilità non può fermarsi davanti ai confini o alle cariche istituzionali.

Non chiediamo privilegi per i palestinesi. Chiediamo che siano riconosciuti loro gli stessi diritti che rivendichiamo per ogni essere umano.

Perché il punto non è soltanto chi verrà chiamato a rispondere davanti a un tribunale. Il punto è quante altre vite saranno sacrificate mentre la politica attende, esita e si nasconde dietro il silenzio. 

La giustizia farà il suo corso. La responsabilità politica, invece, non può aspettare una sentenza.

*postato su Fb il 16 ottobre 2026