di Maurizio Semplice—-
La diseguaglianza non avanza solo perché qualcuno accumula di più, ma perché il resto della società impara a conviverci. In Italia nel 2024 la povertà assoluta ha riguardato circa 5,7 milioni di persone (il 9,8% della popolazione) e oltre 2,2 milioni di famiglie (l’8,4%). Numeri stabili, dice l’Istat, come se il fatto che milioni di persone non riescano a coprire l’essenziale fosse una condizione “gestibile”, non uno scandalo. La vera domanda, allora, non è solo “perché cresce la diseguaglianza”, ma perché stiamo imparando a tollerarla.
Nel Lazio questa dinamica è particolarmente evidente. È una regione spezzata: un centro che accumula e periferie che sopravvivono. Roma concentra risorse, redditi più alti e servizi migliori, mentre le province restano indietro; un centro che assorbe risorse e periferie che le perdono.
Roma come vetrina, province come retrobottega. Per questi motivi, sempre l’Istat segnala che tale diseguaglianza regionale è più marcata della media e che il reddito disponibile equivalente è inferiore al dato nazionale. Verrebbe da aggiungere che questa non è inefficienza amministrativa, è scelta politica. Si accetta che alcuni territori valgano meno, che alcuni corpi siano più sacrificabili e soprattutto che la diseguaglianza diventi destino.
I piani contro la povertà: burocrazia al posto del coraggio
La Regione, come lo Stato, produce piani, tavoli, strategie, delibere. Tutto formalmente corretto e alla fine tutto politicamente innocuo. La diseguaglianza viene affrontata come una patologia da contenere, non come una conseguenza di decisioni precise. Per questo non si toccano le rendite, non si redistribuisce ricchezza, non si investe massicciamente in casa pubblica, lavoro stabile, servizi universali. Perché farlo significherebbe scegliere. E scegliere significherebbe scontentare qualcuno che conta.
Verrebbe da dire che il potere ha vinto quando la diseguaglianza ha smesso di indignare. Quando milioni di persone in difficoltà non sono più uno scandalo, ma una “percentuale”. Quando la povertà è diventata un tema tecnico, non politico.
La diseguaglianza è una forma di violenza
Chi tollera la diseguaglianza esercita violenza. Violenza lenta, quotidiana, normalizzata. Per questo non può esistere neutralità. O la si combatte, o la si legittima. E chi governa una società profondamente diseguale non è un arbitro: è parte del problema.
In definitiva, una società che accetta la diseguaglianza come normale ha già rinunciato alla giustizia e una politica che la gestisce invece di combatterla, ha già rinunciato alla democrazia o si prepara a farlo.
