di Maurizio Semplice—- 

La diseguaglianza sociale non è un accidente della storia né una conseguenza inevitabile della natura umana. È, al contrario, il risultato di scelte politiche, assetti di potere e costruzioni ideologiche che nel tempo hanno legittimato la concentrazione di ricchezza, diritti e opportunità nelle mani di pochi, presentandola come ordine naturale o necessità economica.

All’origine di ogni grande accumulazione c’è un atto di violenza: espropriazione, colonizzazione, schiavitù, devastazione ambientale. Il capitalismo non ha eliminato questa violenza: l’ha occultata. L’ha resa legale, amministrativa, invisibile. Il linguaggio dei contratti, dei mercati e delle “opportunità” serve a questo: far apparire naturale ciò che è stato imposto. La diseguaglianza moderna non ha bisogno di fruste. Le bastano i mutui, i debiti e la paura di scendere ancora più in basso.
Il dogma supremo delle società diseguali è poi la meritocrazia. Essa svolge una funzione essenziale: trasforma la vittoria dei privilegiati in una prova morale della loro superiorità; se sei ricco, te lo sei meritato, se sei povero, è colpa tua. Questa narrazione è utile. Serve a colpevolizzare chi perde e ad assolvere chi vince. Serve a spezzare ogni solidarietà. Serve a convincere milioni di persone che la propria umiliazione sia giusta.

Perché il potere ama la diseguaglianza

La diseguaglianza non è solo economica. È politica, sociale, simbolica. Produce individui isolati, in competizione permanente, incapaci di riconoscersi come parte di un interesse comune. Una società diseguale è più facile da governare perché chi è precario ha paura, chi ha paura non protesta e chi protesta da solo perde. La diseguaglianza frammenta, divide, mette gli ultimi contro i penultimi mentre i primi osservano dall’alto. È una macchina perfetta per neutralizzare il conflitto sociale. E quando il conflitto riemerge, viene deviato: contro i migranti, contro i poveri “immeritevoli”, contro il settore pubblico. Mai contro chi concentra ricchezza e potere.

Lo Stato non è vittima

La favola dello Stato impotente è una delle più grandi menzogne contemporanee. Lo Stato è potentissimo quando deve salvare banche, proteggere profitti, reprimere il dissenso, ma diventa improvvisamente debole quando si parla di salari, sanità, istruzione, redistribuzione. Non è incapacità: è scelta politica. Ogni taglio al welfare, ogni favore fiscale ai grandi patrimoni, ogni deregolamentazione del lavoro è una decisione consapevole che aumenta la diseguaglianza. Poi la si chiama “necessità”, come se fosse una legge della fisica.

La diseguaglianza persiste quindi perché conviene. Conviene a chi accumula, a chi governa, a chi decide. Conviene perché produce obbedienza senza bisogno di autoritarismo esplicito. Per questo viene difesa con tanta ostinazione e mascherata con tanta retorica. Mettere in discussione la diseguaglianza non significa chiedere più gentilezza al sistema. Significa mettere in discussione i rapporti di potere su cui si regge e smascherare le ideologie che la legittimano restituendo alla politica il compito di decidere chi paga, chi beneficia e chi comanda.

Solo allora la diseguaglianza potrà essere trattata non come una fatalità, ma come ciò che è sempre stata: una questione di potere.