di Maurizio Semplice—-

L’ultimo Rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile) 2025, lo strumento annuale pubblicato dall’ISTAT per misurare il progresso di una società valutando aspetti legati alla salute, istruzione, lavoro, ambiente e qualità dei servizi, restituisce per il Lazio un’immagine tutt’altro che omogenea: una regione spaccata, in cui Roma continua a concentrare opportunità, capitale umano e innovazione, mentre le province faticano a tenere il passo. Non si tratta di una novità assoluta, ma i dati mostrano come questo divario non solo persista, bensì rischi di strutturarsi ulteriormente.

La lettura complessiva suggerisce una regione “a due velocità”, dove il miglioramento di alcuni indicatori non si traduce in un reale progresso del benessere collettivo, ma resta confinato nei territori già forti. Roma, infatti, continua a essere il perno del Lazio. I dati su istruzione, innovazione e competenze confermano la centralità della Capitale come hub di opportunità ed è trattata come una vetrina da esibire nei documenti strategici e come un problema da rinviare nella pratica quotidiana. Una capitale che produce valore, ma lo consuma in inefficienza amministrativa e disuguaglianza urbana.

Le province: il vuoto politico travestito da destino

Fuori da Roma, il quadro è ancora più netto. I divari nei servizi per l’infanzia, nelle competenze e nei NEET (Not in Education, Employment or Training – quota di popolazione in età giovanile né occupata e né inserita in un percorso di istruzione o formazione) non sono una sorpresa: sono l’esito prevedibile di territori sistematicamente ignorati. Qui non si tratta di politiche sbagliate, ma di politiche assenti. La Regione ha accettato implicitamente che l’accesso ai servizi educativi essenziali dipenda dal luogo di nascita. Un bambino nelle province laziali parte con meno opportunità non per caso, ma per mancanza di investimenti strutturali. È una disuguaglianza programmata, resa invisibile da bandi spot e slogan sulla “coesione territoriale”.

Giovani sacrificabili: il fallimento permanente delle politiche attive

Il dato sui NEET è forse il più imbarazzante. Anni di programmi, piani, tavoli e acronimi non hanno scalfito una realtà in cui una quota rilevante di giovani resta fuori da scuola e lavoro, soprattutto lontano dalla Capitale. Il BES 2025 inchioda la politica a una responsabilità precisa: aver trasformato l’emergenza giovanile in uno sfondo permanente, utile solo per giustificare nuovi annunci. Le politiche attive del lavoro continuano a essere scollegate dai territori reali, incapaci di intercettare i giovani prima che scompaiano dalle statistiche e dalla vita pubblica. È una resa, mascherata da complessità.

Non un problema tecnico, ma una scelta politica

Il Lazio descritto dal BES 2025 non è una regione in difficoltà: è una regione che ha scelto di non ridistribuire opportunità. Ha scelto di investire dove il mercato già investe. Ha scelto di considerare i servizi per l’infanzia, la formazione e l’inclusione giovanile come variabili secondarie. Ha scelto di governare le disuguaglianze invece di ridurle. Il benessere a due velocità non è un incidente di percorso. È il risultato di una politica che ha rinunciato alla sua funzione principale: correggere gli squilibri e continuare su questa strada significa in fondo accettare l’ingiustizia come normalità amministrativa.

Il BES 2025, più che una pagella, è quindi un avvertimento: il benessere che cresce solo dove è già concentrato non è sviluppo, ma squilibrio. E uno squilibrio prolungato, prima o poi, presenta il conto all’intero sistema regionale.