di Loredana Fraleone—-

Se a livello nazionale il voto referendario del Sud è stato determinante rispetto alla vittoria del NO, nel Lazio è grazie a Roma e alla sua area metropolitana, se il voto contro la riforma Nordio si attesta al 54,58%.

Innanzitutto va sottolineata la percentuale dei votanti al 61,68%, quasi il doppio delle ultime elezioni regionali del 2023 al 37,20%. Un dato che va letto come un ritorno al voto di una gran parte di chi, orientato a sinistra o semplicemente sofferente per le politiche neoliberiste bipartisan, non trova nelle elezioni politiche una rappresentanza credibile, mentre sui temi specifici considera ancora i principi costituzionali come una tutela irrinunciabile. Sicuramente vi è stato anche in parte un voto trasversale di chi aveva creduto al cambiamento promesso dal centrodestra, ma è poi rimasto deluso da ciò che guerra e crisi hanno svelato con chiarezza. E’ infatti sempre più evidente la negazione della presunzione popolare (populista) e sovranista di una compagine assoggettata sia alle scelte economiche europee, rivolte alla riconversione bellica sia a quelle sciagurate di Trump e persino del genocida Netanyahu. Il voto dei giovani e delle donne è molto significativo, da questo punto di vista.

Quanto all’andamento complessivo nel Lazio, se vede l’area romana decisiva per la vittoria del No, anche nelle altre province segnala una riduzione significativa del voto sponsorizzato dalle destre rispetto alle ultime elezioni regionali del 2023.

Anche se in elezioni di natura ben diversa è forse utile un piccolo raffronto: a Roma il centrodestra si affermò per un soffio con il 50,27%, mentre il NO è oggi al 57,46%, nella Provincia di Viterbo raccolse il 62,58%, mentre il SI si attesta al 56,12%, a Rieti dal 65,57% al 52,9%, a Frosinone dal 55,81 al 52,29, a Latina dal 67,51 al 53,85.

Si direbbe quindi che anche il presidente della Regione Rocca abbia ben poco da stare tranquillo, se alle prossime elezioni regionali si confermasse un quadro che, al di là di chi è informato su questioni complesse come i temi di questo referendum costituzionale, manifestasse il malessere di una popolazione che subisce ogni giorno le conseguenze di politiche neoliberiste amplificate da quelle di guerre sciagurate non solo per le popolazioni che le subiscono sui corpi, ma anche per quelle che assistono all’orrore e subiscono contemporaneamente la riduzione di diritti e benessere.

La vicenda di Gaza e della Palestina tutta ha svegliato coscienze, ha costituito il disvelamento della natura di un neoimperialismo che non conosce regole condivise, che in nome del profitto e del potere, dichiarandolo senza infingimenti, distrugge popolazioni e diritti con la stessa arroganza e cinismo, che la Storia moderna ha conosciuto solo col nazi-fascismo.

Il Lazio, negli ultimi due anni, è stato percorso da centinaia di manifestazioni, iniziative di tutti i generi, che hanno raccontato non solo la crudeltà genocida di Israele e dei suoi complici diretti e indiretti, ma anche i riflessi su chi non può illudersi di fare lo spettatore di una sorta di videogame o provare solo generica pietà, colpito com’è dalle conseguenze economiche del rapporto sempre più stretto tra la situazione internazionale, che con l’aggressione all’Iran si aggrava sempre di più, e quella locale. Si tratta ora, continuando a lottare contro la guerra e le sue conseguenze sociali con pazienza e determinazione, incassata la vittoria al Referendum, di provare a scardinare la gabbia del bipolarismo del tutto inefficace sulla guerra, oltre che sul neoliberismo, stanti le posizioni guerrafondaie del PD sull’Ucraina e ambigue su tutto il resto.

Bisogna cogliere in tutti i modi il segnale che viene dal voto sul Referendum, che dimostra di non tollerare ambiguità né la coazione a ripetere di un quadro politico subalterno al neoliberismo e alla guerra.