di Maurizio Semplice—- 

Nelle ultime settimane si sono succeduti fatti, espressioni e personaggi che meritano, secondo me, una riflessione.

Il fascismo oggi non torna con l’orbace e non si presenta con un programma dichiarato di soppressione della democrazia. Si offre invece in una versione più leggera, frammentata e apparentemente innocua: una frase pronunciata per provocare, un simbolo indossato come accessorio, un saluto trasformato in rito commemorativo, una fotografia del Duce condivisa con ironia, un motto del Ventennio riciclato come slogan identitario. È il fascismo in modalità “smart”: rapido, semplificato, adattabile ai social network e soprattutto costruito per negare sempre sé stesso. Quando viene contestato, infatti, risponde di essere soltanto una battuta, una tradizione o una lettura alternativa della storia. E chi denuncia il significato di quei gesti viene accusato di vedere fascisti ovunque, di essere prigioniero del passato, di voler limitare la libertà di espressione.

La strategia dell’assuefazione

Il risultato è qualcosa di assai sottile: la perdita della capacità collettiva di stabilire un limite. Si può discutere di tutto, ma una democrazia non è obbligata a diventare neutrale rispetto alla propria distruzione. La Repubblica italiana non è nata da un generico superamento delle contrapposizioni del passato. È nata dalla sconfitta del fascismo, dalla Liberazione e dalla decisione di impedire che un’esperienza simile potesse riorganizzarsi. Ricordarlo significa riconoscere la genealogia costituzionale dello Stato in cui viviamo.

Il Lazio non è soltanto uno sfondo

In questo processo il Lazio occupa una posizione particolare. Da oltre vent’anni CasaPound mantiene il proprio presidio nell’immobile occupato di via Napoleone III. Nel gennaio 2025 una sede romana di Forza Nuova ha ospitato un incontro di gruppi dell’estrema destra europea. Ogni anno Acca Larentia torna a essere il teatro di un rito collettivo nel quale centinaia di persone rispondono alla chiamata del “presente” alzando il braccio nel saluto romano. Non si tratta quindi soltanto di nostalgici solitari o di provocatori digitali. Esistono organizzazioni in grado di offrire appartenenza, luoghi di aggregazione, formazione politica, linguaggi, simboli e una narrazione comune. Esistono reti che possono parlare contemporaneamente al militante storico, al giovane attratto dall’estetica della forza e alla persona che interpreta ogni richiamo all’antifascismo come espressione del cosiddetto “sistema”.

La presenza nelle scuole rappresenta poi il dato più inquietante. Qui il fascismo “smart” mostra tutta la propria efficacia: non arriva dichiarando la propria ideologia, ma attraverso liste studentesche, campagne sui social, slogan contro il “politicamente corretto”, azioni dimostrative e una comunicazione che trasforma la sopraffazione in coraggio e l’intolleranza in ribellione. È questo il punto di contatto tra la versione “smart” e quella reale del fenomeno: la propaganda rende il fascismo desiderabile, l’organizzazione gli offre una casa.

Quando le parole preparano i gesti

Quando avversari, migranti, persone omosessuali, sindacalisti, studenti o manifestanti vengono descritti sistematicamente come nemici interni, traditori o corpi estranei alla nazione, la violenza trova più facilmente una giustificazione. Prima ancora di essere esercitata, viene resa immaginabile.
Nel Lazio le cronache recenti hanno raccontato aggressioni, intimidazioni, irruzioni e attacchi riconducibili o accompagnati da simboli e cori fascisti. Questi episodi non autorizzano generalizzazioni indiscriminate, né permettono di attribuire responsabilità collettive senza prove. Ma impediscono di descrivere il fenomeno come semplice folklore.

La responsabilità della politica

La normalizzazione non sarebbe possibile senza l’ambiguità di una parte delle istituzioni. Non occorre che un governo si dichiari fascista. È sufficiente che consideri l’antifascismo un argomento divisivo, che eviti di pronunciarne il nome nelle ricorrenze civili, che tolleri la trasformazione dei protagonisti del neofascismo in normali riferimenti culturali o che reagisca a ogni episodio con formule prudenti e simmetriche. L’equidistanza, quando si parla di fascismo e antifascismo, non è moderazione. È falsificazione storica.

Difendere il confine democratico

Il Lazio avrebbe bisogno di una strategia regionale capace di osservare il fenomeno, proteggere le scuole, sostenere l’educazione storica e digitale, monitorare aggressioni e intimidazioni, rendere trasparenti sedi, concessioni, finanziamenti e rapporti tra organizzazioni e istituzioni. Soprattutto, avrebbe bisogno di una politica capace di chiamare le cose con il loro nome. Perché è proprio sulle parole che si combatte la prima battaglia. Quando il fascismo diventa “nostalgia”, la propaganda diventa “provocazione”, l’intimidazione diventa “goliardia” e l’aggressione viene derubricata a “scontro tra opposti estremismi”, una parte del lavoro di normalizzazione è già compiuta.

Il fascismo non ritorna necessariamente ripetendo il passato. Può tornare rendendo quel passato irrilevante, confuso, discutibile e infine utilizzabile. Non indossa più l’orbace. Indossa il linguaggio del presente. Ed è proprio per questo che rischiamo di riconoscerlo quando sarà già diventato parte del paesaggio.