di Daniela Alessandri—-
Sabato 5 settembre Roma è tornata in piazza per Renato Biagetti, a vent’anni dalla sua uccisione per mano fascista. Ma il corteo che ha attraversato la città a conclusione di Renoize non è stato soltanto un momento di memoria. È stato, ancora una volta, un appuntamento politico: contro il fascismo, il razzismo, la guerra e il riarmo, ma anche per difendere gli spazi sociali, i territori e il diritto a una città diversa da quella che il mercato sta costruendo.
È proprio questo, forse, il significato più importante di Renoize: la memoria di Renato non è diventata una celebrazione separata dal presente, ma continua a vivere dentro le lotte di oggi.
Vent’anni dopo, infatti, ricordare Renato significa anche chiedersi quale città e quale società stiamo costruendo. Perché l’antifascismo non può essere solo la giusta condanna delle violenze fasciste o la memoria rituale della Resistenza. Deve misurarsi con le condizioni materiali nelle quali vivono le persone: con la precarietà, l’emarginazione, il razzismo, la negazione dei diritti sociali, la repressione del dissenso.
E deve misurarsi anche con il modello di città che viene imposto.
Roma, come molte altre grandi città, è sempre più sottoposta alla pressione della rendita immobiliare e finanziaria. Gli spazi vengono valutati in base alla loro capacità di produrre profitto; i quartieri vengono trasformati in funzione della valorizzazione immobiliare; gli spazi pubblici diventano terreno di grandi eventi e interessi economici; ciò che non produce immediatamente valore viene considerato un vuoto da riempire.
Ma una città non è una somma di immobili e aree edificabili. È fatta di relazioni, socialità, memoria, cultura, spazi comuni. È fatta soprattutto delle persone che la abitano.
La vicenda degli ex Mercati Generali è emblematica: quell’area rappresenta uno dei terreni sui quali si confrontano due idee radicalmente diverse di città, da una parte la città come occasione di valorizzazione e investimento; dall’altra la città come bene comune, come spazio da restituire alla collettività e ai suoi bisogni.
È per questo che sabato, al passaggio del corteo, è stato fatto scendere lungo il fronte perimetrale degli ex Mercati Generali uno striscione di venticinque metri: “Roma non si vende”.
Non era soltanto uno slogan contro una specifica operazione urbanistica. Era una dichiarazione politica.
Perché la battaglia per il modello di città non può essere disgiunta dall’antifascismo.
Se antifascismo significa difesa della libertà, della dignità e della partecipazione democratica, allora significa anche opporsi a una città nella quale le decisioni fondamentali vengono sottratte alle comunità e affidate alla rendita e agli interessi privati.
Significa difendere gli spazi sociali quando vengono considerati inutili perché non producono profitto. Significa difendere i parchi e gli spazi non cementificati quando diventano appetibili per la valorizzazione. Significa contrastare l’espulsione degli abitanti dai quartieri popolari quando la rendita ne aumenta il valore. Significa impedire che la trasformazione urbana diventi uno strumento di sostituzione sociale.
Il cosiddetto modello Milano dovrebbe essere un monito anche per Roma: una città può essere sempre più ricca per chi investe e sempre più difficile da abitare per chi ci vive.
Non è un caso, allora, che a Renoize si siano incontrate esperienze diverse: le lotte contro le grandi opere, quelle per la difesa dei territori, le vertenze sul lavoro, la battaglia contro la speculazione e quella per gli spazi sociali. Sono conflitti differenti, ma hanno un elemento comune: rifiutano l’idea che ogni territorio debba essere subordinato alla produzione di profitto.
È qui che l’antifascismo torna a essere una pratica del presente.
Non basta dire che il fascismo è il male se contemporaneamente si accetta una società nella quale crescono disuguaglianza, esclusione, razzismo e marginalità e nella quale il conflitto sociale viene sempre più spesso trattato come un problema di ordine pubblico.
L’antifascismo deve essere anche capacità di costruire comunità, solidarietà e partecipazione. Deve essere difesa concreta degli spazi nei quali queste relazioni possono nascere. Deve essere, dunque, anche diritto alla città.
Vent’anni dopo Renato, la domanda resta la stessa: da che parte vogliamo stare?
Dalla parte di una città trasformata in una grande piattaforma per la rendita, il turismo e gli investimenti oppure dalla parte di chi la vive ogni giorno?
La risposta, per noi, è semplice.
Roma non si vende. Roma si difende.
