di Loredana Fraleone—-
Dopo diversi mesi, in cui le piazze di Roma hanno visto una costante mobilitazione per la Palestina e sembrava avviato un processo di pace tra il PKK e il governo turco, i Curdi sono tornati in piazza per sostenere la sopravvivenza della straordinaria esperienza democratica del Rojava.
L’utilizzo da parte degli USA dei Curdi del PKK, per sconfiggere l’ISIS e la loro disponibilità in questo senso ha suscitato a sinistra perplessità, se non avversione, per una realtà che ha avuto bisogno di quella mossa per uscire dalla morsa del governo turco e da un sostanziale isolamento.
La sconfitta dell’Isis da parte dei partigiani e soprattutto delle partigiane curde, inquadrate in formazioni combattenti di sole donne, ha rotto quell’isolamento e guadagnato grande consenso nell’opinione pubblica mondiale. Siamo ora di fronte a un capovolgimento della situazione, che mette in pericolo l’esistenza stessa della resistenza curda per l’autodeterminazione di un popolo, a cui è stata negata l’autodeterminazione e diviso arbitrariamente sotto quattro stati diversi dopo la prima guerra mondiale, da parte delle potenze vincenti.
Interventi di sostenitori della causa curda, tra i quali quello di Giovanni Barbera per il PRC, hanno messo in evidenza come l’attacco ai Curdi siriani sia un ulteriore elemento di destabilizzazione del Medio Oriente. E’ emersa perciò l’esigenza di unificare le lotte contro gli USA, l’EU e Israele, che nella regione hanno determinato la presa del potere in Siria del tagliagole dell’ISIS Al Sharaa, che minaccia insieme alla Turchia l’esperienza di autogoverno democratico del Rojava, la più avanzata del Medio Oriente, nella quale si è sperimentata l’uguaglianza di genere, una struttura economica socialista, la libertà religiosa e la convivenza tra etnie diverse.
