di Primo Sacchetti*—-
Siamo di fronte a un quadro internazionale e soprattutto europeo di grande trasformazione industriale.
In questo contesto il settore dell’auto, probabilmente, è quello più in difficoltà.
Le scelte dell’Europa sul tema della transizione, inevitabile per la salvaguardia del pianeta, si inseriscono in uno scenario duplice: da un lato la stessa Europa che dal 2035 non produrrà più motori endotermici; dall’altro, una parte del mondo che continuerà a produrli, sebbene per nicchie di mercato sempre minori.
I grandi costruttori di auto europei discutono da anni di transizione, ma a oggi non hanno attuato una politica industriale coerente accumulando di conseguenza gravi ritardi.
Basta guardare cosa sta accadendo in Germania e più in particolare alla Volkswagen, dove il colosso tedesco ha da poco annunciato la chiusura di tre stabilimenti e il taglio di circa 30.000 posti di lavoro a causa di 500.000 auto non vendute, soprattutto nel mercato asiatico.
Ad ogni modo, al netto di incoerenze e ritardi, la transizione verso l’elettrico è in atto e lo dimostrano i miliardi di euro che tutti i produttori di auto stanno investendo in ricerca e sviluppo.
Eccezione negativa in tal senso, almeno dal punto di vista degli investimenti, è rappresentata dal gruppo Stellantis.
I numeri parlano chiaro e ci aiutano a capire la crisi profonda di questo gruppo.
- Nel terzo trimestre del 2024, Stellantis ha registrato un calo delle consegne del 20% rispetto allo stesso periodo del 2023. In particolare, si è registrato un calo del 17% in Europa e del 36% in Nord America.
- Per quanto riguarda il nostro Paese, vittima di scellerate Non-Politiche industriali, la produzione di auto è crollata di quasi il 70% negli ultimi 17 anni, passando da 911.000 del 2007 a circa 300.000 unità stimate per il 2024.
I dati che riguardano gli occupati nel gruppo fanno ancor più riflettere.
- Da quando si è consumato il matrimonio tra FCA e PSA, Stellantis ha registrato una perdita di oltre 12.000 dipendenti, senza contare l’esorbitante incremento della cassaintegrazione e il licenziamento di oltre 3000 lavoratori interinali.
Ora, se la situazione del gruppo è difficile, quella dello stabilimento di Cassino lo è ancora di più.
Cassino, tra i sei stabilimenti produttivi in Italia, è infatti quello che rischia maggiormente per la mancanza di un piano industriale che possa portare a compimento il processo di riconversione: Stellantis aveva promesso degli investimenti sull’elettrico in questo stabilimento proprio perché è qui che si costruiscono le auto di fascia alta.
A Cassino, i nuovi modelli elettrici di Stelvio e Giulia, affiancati da un non ben definito altro modello, dovrebbero partire solamente dal 2025 / 2026, ma ad oggi siamo solo agli annunci, perché non è affatto chiaro quante saranno le auto che verranno prodotte. Non è una cosa secondaria, perché i volumi determinano anche la tenuta occupazionale e la salvaguardia dello stesso stabilimento.
Ancora una volta gli effetti di questa grave incertezza ricadranno su lavoratori incolpevoli, i quali, anche nei prossimi anni, subiranno l’inevitabile proseguimento della cassa integrazione, con tutte le pesanti ripercussioni economiche che ciò determina.
In sostanza, il ritardo degli investimenti e l’assenza di un piano industriale degno di questo nome costringeranno le lavoratrici e i lavoratori a pagare il prezzo più alto della transizione.
Anche per quanto riguarda Cassino i numeri parlano chiaro: questo stabilimento 7 anni fa contava circa 4.500 addetti e produceva 153.000 auto all’anno, oggi gli addetti sono scesi a 2.700 e si producono 48.000 auto.
Come è facilmente immaginabile questa crisi colpirà in modo significativo tutto l’indotto, anzi, sarà proprio l’indotto a essere colpito, perché, come accade per tutti gli “ultimi”, non sono stati previsti strumenti di protezione adeguati, a partire dagli ammortizzatori sociali, ma soprattutto non sono state stanziate risorse per la transizione e la riconversione dei prodotti.
Noi, come FIOM, stiamo chiedendo da tempo che il governo faccia la sua parte distribuendo risorse significative che consentano concretamente la riconversione di tutto il settore, non solo di Stellantis.
Non è più accettabile la logica degli incentivi, perché servono risorse con vincoli precisi a partire dalla salvaguardia occupazionale.
Tuttavia, quanto sta facendo questo Governo va nella direzione opposta, visto che la legge di stabilità taglia ben 4,6 miliardi di risorse al settore automotive.
In definitiva, è più che mai necessario e urgente un confronto serio e di merito che metta al centro il lavoro e la salvaguardia occupazionale per tutto il settore dell’auto.
Per queste ragioni è necessario investire su Cassino e i suoi lavoratori.
*Responsabile Organizzativo Fiom Cgil Emilia Romagna
