di Daniela Alessandri—-
Era la notte tra il 29 e il 30 settembre 1975. Io avevo qualche anno in meno rispetto a Rosaria Lopez e Donatella Colasanti. Due nomi che, a cinquant’anni di distanza, restano scolpiti nella coscienza collettiva di chi quegli anni li ha vissuti in prima persona.
Rosaria Lopez e Donatella Colasanti furono attirate con l’inganno in una villa a San Felice Circeo, dove furono brutalmente violentate e torturate da un gruppo di ragazzi della Roma bene. Rosaria non sopravvisse a quell’inferno; Donatella, con una forza straordinaria, riuscì a salvarsi fingendosi morta.
Il massacro del Circeo non è stato solo un caso giudiziario: è stato un simbolo. Un simbolo della cultura patriarcale che riduce la donna a possesso, a corpo da conquistare e umiliare. Una ferita aperta nella coscienza collettiva. Le voci di Donatella e Rosaria diventarono eco di un dolore condiviso, spingendo il movimento femminista italiano a porre al centro la denuncia della violenza sessuale come questione politica e sociale.
Cinquant’anni dopo dobbiamo chiederci: è stata fatta giustizia? Formalmente sì: i colpevoli furono condannati, seppur con estrema benevolenza. Ma la storia giudiziaria di quell’episodio lascia ferite ancora aperte — pene ridotte, liberazioni anticipate, dubbi sull’effettivo pentimento. Per Donatella, per Rosaria e per tutte le donne vittime di violenza, la giustizia non può ridursi a un verdetto: deve essere un processo continuo di riconoscimento, riparazione e trasformazione culturale.
Cosa è cambiato in questi cinquant’anni nella percezione degli italiani? Il caso del Circeo ha lasciato un segno profondo: ha aperto una riflessione sul sessismo, sulla cultura dello stupro e sulla necessità di protezione delle donne. Donatella Colasanti, testimone viva di quella notte, non ha mai smesso di raccontare, denunciare, mobilitare. La sua testimonianza è stata una sfida permanente a non dimenticare.
Ma la strada è ancora lunga. Ancora oggi, in Italia, una donna su tre subisce violenza nel corso della vita. Le leggi ci sono — dalla legge 66/1996 contro la violenza sessuale fino alle norme più recenti — ma restano insufficienti di fronte a una cultura patriarcale che resiste e si perpetua.
Oggi, nel cinquantesimo anniversario, dobbiamo celebrare la memoria di Donatella Colasanti e Rosaria Lopez come impegno vivo: non solo ricordare, ma rivendicare. Rivendicare leggi più efficaci, pene certe, ascolto reale delle vittime. Rivendicare un’educazione alla parità e al rispetto, a partire dalle scuole. Rivendicare una cultura in cui la violenza non sia mai minimizzata o banalizzata o soltanto sanzionata e puntita.
Cinquant’anni fa il Circeo ci ha lasciato una lezione dolorosa: la violenza contro le donne non è un episodio isolato, ma un fenomeno strutturale. Oggi spetta a noi trasformare quella memoria in lotta permanente. Perché la giustizia, quella vera, è fatta di memoria, cambiamento culturale e di una società che sappia proteggere tutte le donne, sempre.
Donatella Colasanti e Rosaria Lopez non sono soltanto vittime di una notte di orrore: sono simboli della nostra battaglia. E noi, ancora oggi, continuiamo a dire: non una di meno.
Per Rosaria. Per Donatella. Per tutte.
Perché la memoria sia lotta, e la lotta cambi il mondo.
