di Daniela Alessandri—-

Il femminicidio di Ilaria Sula, giovane studentessa uccisa brutalmente a Roma, ha riacceso i riflettori su un nodo irrisolto e profondamente politico: il linguaggio sessista e accondiscendente con cui molti media italiani continuano a raccontare la violenza maschile contro le donne. Un linguaggio tutt’altro che neutro, che normalizza l’orrore, giustifica gli aggressori e colpevolizza le vittime, perpetuando gli stessi stereotipi patriarcali che alimentano la violenza di genere.

Titoli che parlano di “raptus”, “gelosia”, “amore malato” o “dramma della coppia” non sono semplici scelte stilistiche: sono atti politici, scelte editoriali che distorcono la realtà dei fatti, oscurando la matrice sistemica della violenza. Come sottolinea la sociolinguista Vera Gheno, «la violenza di genere è un problema sistemico, non si può raccontare ogni singolo episodio come un’eccezione». Ogni volta che si derubrica un femminicidio a una “tragedia privata”, si contribuisce a disinnescare la portata pubblica e collettiva di questi crimini.

È ancora più grave, in questo contesto, il modo in cui è stato trattato il messaggio di scuse inviato dall’omicida alla famiglia di Ilaria. Un gesto che alcuni titoli hanno presentato con toni empatici, quasi commossi, come se la richiesta di perdono potesse attenuare la violenza dell’atto o umanizzare un carnefice. Invece di porre l’accento sulla freddezza e sulla premeditazione dell’assassinio, l’attenzione si è spostata sulle “lacrime” dell’aggressore, confermando una tendenza che restituisce centralità all’uomo violento, trasformandolo da responsabile a “sofferente”, da carnefice a “vittima del suo stesso dolore”.

Questa narrazione non è neutrale. È sessista. È complice. È profondamente ingiusta.

L’uso di espressioni come “il fidanzatino”, la descrizione delle “tensioni” all’interno della relazione, o il continuo ricorso a giustificazioni psicologiche, sposta l’attenzione dalle responsabilità individuali e collettive, e cancella le dinamiche di potere e l’intenzione politica dietro ogni atto di femminicidio. Si tratta di “sessismo indiretto”: un linguaggio apparentemente innocuo che riafferma e legittima la subalternità delle donne.

Da anni, e da più parti, viene denunciato l’uso di queste narrazioni tossiche e viene chiesto  ai media una responsabilità piena nell’uso delle parole. : le parole hanno un significato, e tutti abbiamo il dovere di utilizzarle in modo adeguato. Ma i media italiani sembrano sordi: continuano a offrire una cassa di risonanza agli assassini, a umanizzarli, a cercare “le ragioni” del gesto, come se si trattasse di comprensione, e non di condanna politica e sociale.

Occorre rovesciare questo  paradigma. Occorre  che i media italiani adottino un linguaggio che non solo informi, ma che liberi, che rompa la complicità culturale con chi esercita il potere attraverso la violenza. Serve un linguaggio che riconosca i femminicidi per quello che sono: atti estremi di controllo, possesso e dominio patriarcale. Non drammi sentimentali. Non tragedie private. Non gesti folli.

Un linguaggio che non uccida due volte: prima con i coltelli, poi con le parole.

Perché ogni parola conta. E può fare la differenza tra la giustizia e l’oblio.
Tra la dignità delle donne e la loro sistematica cancellazione.