di Giuseppe Carroccia—-
La recente scomparsa del campione dell’Inter e della Nazionale ha rimesso sotto i riflettori un episodio ricostruito dall’avvocato Daniele del Monaco che nel 2024 trovò delle lettere del padre Valentino su carta intestata del Grande Torino scritte alla mamma di Sandro e Ferruccio, Emilia Rinaldi, originaria di Arpino.
Dalle polverose stanze di una casa in ristrutturazione sono partite le ricerche che attraverso testimonianze e ricordi certificano che dopo la morte del padre, Sandro sarebbe da ragazzo ad Arpino, ospitato dagli zii Antonio e Concetta Mancini.
Furono anni difficili per i fratelli Mazzola: l’Italia usciva dal dopoguerra e i calciatori anche se come Valentino tra i più forti al mondo guadagnavano poco più di un operaio specializzato. In quegli anni spesso degli orfani si occupavano i parenti stretti anche se lontani, una famiglia allargata di origine contadina, una adozione naturale.
Sandro di fragile costituzione, lo chiamavano “cartavelina”, suppliva con uno scatto fulminante e dribbling infiniti che estenuavano i difensori. Alcuni goal, come quello contro il Vasas Budapest in cui saltò l’intera difesa e contro la Svizzera dopo sei palleggi al volo, sembrano realizzare questa sospensione del tempo, un rimandare continuo del tiro e del goal. Una indecisione che si trasformava in straordinaria eleganza e stile, in determinazione finale che incantava e faceva sognare i bambini degli anni sessanta. Una fragilità, l’ombra del campione paterno, che si trasformava in forza.
In Ciociaria la maggior parte dei bambini divideva le proprie passioni calcistiche tra la Grande Inter di Mazzola e il Milan di Gianni Rivera. I due avevano caratteristiche diverse, il primo ala o mezzala, goleador, corridore instancabile, il secondo centrocampista avanzato, capace di passaggi geniali, comandante del centrocampo. In nazionale sarebbero stati compatibili ma diedero vita alla staffetta di Valcareggi e ai mondiali del Messico non giocarono mai insieme.
Per vedere riunificate le loro caratteristiche in un unico giocatore bisognerà aspettare il nuovo millennio con l’arrivo di Francesco Totti.
Ferruccio dovette sfidare l’ombra del padre e la bravura del fratello. Una doppia fragilità da affrontare. Se la cavò lo stesso: fu un buon centrocampista, anche lui legato alla nostra regione, per diversi anni capitano della Lazio.
Era un calcio diverso. Si imparava per strada. La palla non si passava mai e il dribbling era un passo di danza infinito.
Chissà se Mazzola lo aveva così travolgente perché allenato tra i selci dei vicoli di Arpino. Sandro Mazzola: in due parole la mia infanzia.
