di Tonia Guerra—-

Mentre riecheggia ancora “la Costituzione non si tocca”, gridato nelle piazze e sancito dal voto del 23 e 24 marzo, la maggioranza di governo, con l’appoggio sostanziale di parte dell’opposizione, ha portato in Parlamento un’altra manomissione costituzionale.

Si tratta della modifica dell’articolo 114,  attraverso la quale Roma viene inserita, dopo le città metropolitane, all’interno dell’elenco degli enti autonomi di cui è costituita la Repubblica, divenendo un ente proprio, con un suo peculiare ordinamento e il conferimento della potestà legislativa su 11 materie: trasporto pubblico, beni culturali e ambientali, promozione e organizzazione attività culturali, edilizia pubblica residenziale, governo del territorio,  turismo, commercio, artigianato, servizi e politiche sociali, polizia amministrativa locale, organizzazione amministrativa.

Il 29 aprile questo disegno di legge costituzionale, n. 2564, è passato alla Camera con il voto favorevole della maggioranza e di Azione, il voto contrario dei 5* e di AVS, l’astensione di PD e IV.

Sul provvedimento gravano molte riserve da parte di insigni costituzionalisti e movimenti in difesa dell’uguaglianza dei diritti, a partire dai comitati contro l’autonomia differenziata.

Intanto, sul piano procedurale, non è chiaro il motivo per il quale, senza alcuna discussione pubblica, né coinvolgimento delle comunità territoriali, si debba ricorrere ad una modifica della Carta Costituzionale e non ad una legge ordinaria, come previsto nell’attuale articolo 114, che consentirebbe l’attribuzione di funzioni specifiche per la gestione di un patrimonio di immenso valore universale, senza l’accentramento di poteri legislativi: in sostanza il Comune di Roma si troverebbe, all’interno di una città metropolitana, nella condizione di farsi le sue leggi e di applicarsele, esponendosi a prevedibili pressioni da parte di interessi privati colossali.

Dovrebbe essere da monito quanto avvenuto a Milano in campo urbanistico in assenza di controlli pubblici; è paradossale che invece proprio Milano (oltre a Venezia) avanzi le stesse pretese autonomistiche.

Si tratta di un’ennesima forzatura verso la disarticolazione della Repubblica, di cui l’autonomia differenziata, tutt’altro che accantonata nonostante l’intervento della Corte Costituzionale sulla legge Calderoli n.86/2024, costituisce l’elemento di vera e propria rottura. 

Il fatto che, dopo la mobilitazione “la Costituzione non si tocca”, il Sindaco Gualtieri si dichiari entusiasta di “toccarla” e il PD sia consenziente, evidentemente non pienamente consapevole dei disastri procurati dalla deforma del Titolo V nel 2001, dovrebbe far riflettere sulla credibilità e sulla responsabilità politica di chi vuole intestarsi il responso popolare del recente referendum e  candidarsi al governo del Paese.

Servirebbe una proposta lungimirante, che coniughi il decentramento amministrativo, le istanze di partecipazione democratica e di nuove forme di municipalismo con la ricomposizione e l’armonizzazione dei poteri, delle funzioni e delle competenze a tutti i livelli, a cominciare dalla centralità del Parlamento.  

Studiare e attuare la Costituzione, non deformarla.