di Fiore Benigni—-
Il generale Vannacci torna spesso a Viterbo in questi ultimi mesi: prima come invitato all’interno di un festival “culturale” patrocinato dal Comune, a pubblicizzare il suo pamphlet di successo – un condensato di temi triti tipici della destra xenofoba spacciato per discorso di buon senso – poi a farsi fotografare alla festa della santa patrona, e infine a presentare il varo del suo personalissimo movimento politico, ideato a scopo puramente tattico per forzare a proprio vantaggio i difficili equilibri interni al centrodestra.
La scelta del capoluogo della Tuscia non è casuale, poiché è qui che il più importante partito di destra, tuttora al governo, ha recentemente registrato il miglior risultato su scala nazionale (42%). Eppure il risultato in tutti i casi è stato ben al di sotto delle aspettative. Per stare al più recente, pare che la presentazione di “Noi con Vannacci” abbia visto sì una schiacciante presenza di giornalisti, ma a fronte di una partecipazione a dir poco deludente di pubblico. Si potrebbe ipotizzare che l’operazione di assumere posture virili sui media e inanellare slogan razzisti abbia magari sollecitato facili consensi, ma non sia stata ancora sufficiente a produrre una militanza di base.
Al contrario, invece, la militanza c’è stata, nonostante i rischi di pioggia, nelle fila del fronte opposto, di quanti cioè il principio di uguaglianza che la Costituzione inscrive nel codice genetico della Repubblica vogliono tenerlo ben fermo. Sicché in piazza delle Erbe il 19 settembre scorso, nel sit-in indetto dall’ARCI “per i diritti di tutt*” contro l’iniziativa di Vannacci, c’era un po’ tutta la sinistra viterbese: molte realtà dell’associazionismo sociale, l’ANPI, i movimenti LGBTQ+, i sindacati, i partiti – tutti insieme per contrastare ogni “movimento di ispirazione fascista” e più in generale ogni tendenza politica discriminatoria. I militanti di Rifondazione Comunista, che da sempre è in prima fila nel denunciare, all’interno del quadro politico viterbese, le derive di stampo razzista e sessista, erano presenti in piazza, anche con una loro bandiera – generando forse qualche malumore in chi da sempre invita a non “esibire simboli di partito” così da poter sfruttare a proprio vantaggio le mobilitazioni di una indistinta “società civile” (formulazione quanto mai equivoca).
Da sempre abbiamo mal digerito queste richieste, ammantate di un’aria di ragionevolezza ma in realtà piuttosto sospette: non si legge forse sulla carta costituzionale che i partiti sono espressione della sovranità popolare che in modo democratico contribuiscono a determinare gli orientamenti politici generali? Ebbene, come tali è giusto che i partiti scendano in piazza: dove infatti qualche bandiera stavolta c’è stata, a dimostrare quali associazioni fossero interne a quella battaglia, e lo fossero per propria conformazione strutturale. Semmai ci sarebbe da chiedersi perché di bandiere ce ne siano state così poche.
Pare che alcuni “democratici” abbiano sostenuto di voler disertare la piazza per non dare altro rilievo all’operazione politica di Vannacci. Una sorta di silenzio tattico, dicevano, per evitare ulteriore pubblicità al generale. Peccato però che quelle assenze ‘democratiche’ a Viterbo mostravano una strana corrispondenza anche su scala nazionale, allorché la Camera aveva approvato solo poche ore prima un decreto liberticida che andava (e va) in direzione di uno Stato di Polizia… con l’assenza massiccia di oltre 70 deputati della cosiddetta opposizione.
È questa la strategia a cui punterebbe il centrosinistra? Un Aventino? O una distrazione? Siamo in attesa di capirlo, senza troppe illusioni. Una noterella finale: nella carrellata di interventi si è ripetuto quanto in una democrazia dovrebbe apparire banale e che invece occorre avere ben chiaro: si è detto molto, in particolare, sull’orrore che suscita in tutti il volgare “diritto all’odio” che il generale ostenta, come a voler dar voce a un intimo moto di indignazione che verrebbe dalle viscere del paese e che solo lui saprebbe incarnare.
Se invece provassimo noi, a “restaurare”, come scrisse un grande maestro, una forma ben più nobile di “odio”? A ricambiare quell’odio verso gli sfruttati con un odio di segno opposto, in una battaglia di giustizia, per l’uguaglianza sostanziale e la democrazia di tutti e tutte?
