di Maurizio Semplice—-

Nel Lazio la sanità rischia di essere raccontata con il linguaggio rassicurante dei sistemi di prenotazione, dei cruscotti e delle percentuali. Ma la domanda vera è un’altra: una visita è davvero garantita se il cittadino deve accettare la prima disponibilità lontana da casa, incompatibile con il lavoro o difficilmente raggiungibile?

Il problema delle liste d’attesa non è solo “quanto si aspetta”, ma a quali condizioni si riesce concretamente ad accedere alla cura. Per molte persone, soprattutto a Roma e nelle periferie, prenotare significa inseguire call center, disponibilità frammentate, strutture lontane, percorsi di tutela poco conosciuti. Se il cittadino rinuncia perché l’appuntamento è troppo distante o impraticabile, quella rinuncia non può essere liquidata come scelta personale: spesso è la prova che il servizio non è davvero accessibile.

La Regione rivendica l’integrazione delle agende e il potenziamento del ReCup. Sono strumenti utili, ma non bastano. Integrare le agende non significa automaticamente garantire il diritto alla salute. Può voler dire rendere più ordinato un sistema che continua a chiedere (esclusivamente) al cittadino di adattarsi all’offerta disponibile, invece di costruire un’offerta vicina ai bisogni reali.

A tal proposito è interessante qualche numero; secondo il rapporto “Salute e servizi nel Lazio 2025” di Cittadinanzattiva, riportato dal Corriere della Sera, su oltre 22 mila opinioni raccolte l’emergenza più sentita riguarda la sanità, con 5.601 segnalazioni; il 42% di queste riguarda le liste d’attesa. Nella survey su 750 cittadini, il 76,2% dichiara difficoltà nel prenotare, il 63% di non aver ottenuto la prestazione entro i tempi, il 65,9% boccia il nuovo sistema e più di un cittadino su cinque afferma di essersi rivolto al privato pagando la prestazione.

Il nodo politico è qui: la sanità pubblica non può misurarsi solo sui dati di sistema, ma sulla vita concreta delle persone. Un appuntamento formalmente disponibile non è una cura garantita se comporta costi, distanza, tempo perso, difficoltà organizzative o ricorso al privato. E il “Pass di garanzia”, se non viene spiegato e proposto in modo attivo, resta un diritto scritto ma non esercitato.

Roma rende tutto più evidente. Per chi vive a Ostia, Tor Bella Monaca, Corviale, Prima Porta o Ponte di Nona, l’accesso alla cura non dipende solo dalla disponibilità sanitaria, ma anche da trasporti, reddito, lavoro, fragilità familiare. La stessa prestazione può essere possibile per qualcuno e impossibile per qualcun altro.

Per questo le liste d’attesa sono una questione di giustizia sociale. Una sanità pubblica è forte quando nessuno è costretto a chiedersi se può permettersi di curarsi. Il Lazio non deve dimostrare solo di avere un sistema che prenota, ma un sistema che accompagni, informi, tuteli e riduca le disuguaglianze. La vera domanda non è quante prestazioni risultano “garantite” nei report. È quante persone riescono davvero a curarsi senza oneri, oppure quante rinunciano o quante vengono lasciate sole a combattere contro la burocrazia (e, naturalmente, a perdere…).