di Michela Becchis—-
Si è tenuta a Roma, presso l’Associazione “Enrico Berlinguer”, la presentazione de L’Album del PCI – 75 anni di storia in figurine, accompagnato dalla mostra che ripercorre le pagine dell’album ideato e realizzato da Giacomo Signorini. Mostra che rimarrà a Roma spostandosi in un circolo di Rifondazione.
Un album di figurine in cui non si deve neanche fare la fatica di attaccarle le figurine, sono già tutte pronte a ripercorrere una storia lunga che è stata la storia dell’Italia e dell’Europa intera poiché quel partito fu il più grande partito comunista del cosiddetto Occidente.
C’è tutto in queste 28 pagine di immagini; da quel 1920 in cui furono recepiti i 21 punti posti dal II Congresso del Komintern, alla scissione di Livorno, al Congresso di Lione con Gramsci segretario e una donna, la compagna Camilla Ravera, eletta vicesegretaria e poi tutte le date fondamentali per il movimento comunista italiano. La Resistenza, la svolta di Salerno, la creazione della via italiana al socialismo e il diventare un grande partito di massa con il 34,4 per cento dei voti e governare le più grandi città italiane e poi le stragi, il terrorismo. E poi il mondo. L’Unione Sovietica, la democrazia soffocata dagli Stati Uniti, il Vietnam, il Cile. Impossibile dire il racconto che si srotola in queste piccole immagini tanto è grande e denso di storia e senso, anche nelle ultime pagine con la scomparsa di Berlinguer e il lento avviarsi a una fine tanto immeritata quanto voluta da una parte del gruppo dirigente.
Si ha bisogno di quelle figurine mai come ora, sovrastati e soffocati addirittura dalla quantità di immagini che riceviamo passivamente ogni giorno, quelle piccole immagini di pochi centimetri ci danno la misura di una storia più grande, molto più grande di chi guarda, di chi ricorda, di chi vedrà per la prima volta.
Il Partito Comunista per decenni ha prodotto manifesti per campagne elettorali, feste dell’Unità, comizi, manifestazioni senza che vi fosse mai il volto dei segretari e di chi quel partito costruiva giorno per giorno, nel bene e nel male. Non si faceva, perché il partito era un intellettuale collettivo fatto da oltre un milione e mezzo di donne e uomini, non dal leader che tuttavia esisteva fosse Gramsci, Togliatti o Berlinguer.
Fa bene vedere finalmente tanti volti che non conoscemmo presentarsi in mezzo a prime pagine, bandiere, documenti, simboli, volantini, di un tempo in cui erano più importanti le idee e le cose da fare ogni giorno, piuttosto che lo sguardo vacuo e, questo sì cartonato, di chi, leaderisticamente, ignora di essere solo il rappresentante di idee ben più grandi.
