di Claudio Fiorella—-
L’8 ottobre abbiamo dato l’ultimo saluto al caro compagno Vladimiro Chellini nella sua città natale, dove è tornato a vivere da pensionato e dove ha proseguito il suo impegno civico e politico assumendo, tra l’altro, la carica di Sindaco.
Periodo breve ma intenso, pieno di azioni tese al miglioramento della vita dei cittadini, nell’ampia gamma di problematiche di una cittadina con una storia importante. Sua dote naturale è sempre stata l’apertura verso le giovani generazioni e verso le questioni sociali, politiche e familiari durante una breve stagione, purtroppo, perché la sua dedizione verso il bene altrui non collimava con la visione dei suoi stessi compagni di partito, dai quali si è distanziato con grande dignità e altrettanta fermezza.
Ma chi era Vladimiro? Un giovane arrivato a Roma con una naturale e istintiva cultura anarchica, che si cimenta subito col mondo del lavoro, entra presto in ferrovia (primo assoluto nel concorso nazionale per A. macchinista) alla quale segue una marcia inarrestabile fino al vertice del suo ambito tecnico-professionale. Ed è in quel divenire che incontra la politica, il sindacato, la scuola per i nuovi assunti con successi che nessun altro riesce ad ottenere. Non solo tecnico dunque: gran parte dei suoi allievi gli riconosce il ruolo di “maestro di vita”.
Gli anni tra il 1950 e il 1960 furono segnati dalla lotta per fuoriuscire dal settore PI ed affermare il ruolo industriale della ferrovia e del trasporto in generale seguiti, nel periodo tra il 1960 e il 1969, dalla fase di superamento dei problemi che grazie all’accordo denominato “II riassetto” (realizzato dall’allora governo con la presenza dei socialisti) avevano precipitato il settore in un caos interno fatto di rincorse tra sigle sindacali autonome per la conquista del proprio primato di iscritti “misconoscendo la funzione sociale che la ferrovia avrebbe dovuto realizzare’’.
In quegli anni si produce, in ferrovia, un profondo cambiamento a seguito di scioperi e confronto politico a tutto campo, molto simile a ciò che avverrà nel 1969 in Italia (lotta dei metalmeccanici).
Tutto ciò potrebbe essere condensato in due paradigmi: interno, gli stipendi funzionali (l’uomo al centro del processo produttivo) e la riapertura delle assunzioni ferme dal ’63 ed esterno, con la conquista del primo piano d’investimenti per la ferrovia di 2 mila miliardi di Lire.
Ed arriviamo ai difficili anni in cui, prima e dopo il 1977 dentro la ferrovia e fuori, si vive ogni giorno con l’incertezza del rientro a casa a causa della strategia della tensione che mieteva morti e feriti senza distinzione alcuna. Viaggiando in cabina sembrava passare tra due eserciti, visti i presidi armati ad ogni ponticello lungo il binario, e ciò che rincuorava era sapere che i viaggiatori dal treno non avevano la stessa visuale e, perciò, neanche lo stesso batticuore.
C’era, e c’è, chi rammenta “L’università con Lama” e chi ricorda la risposta magnifica di popolo a piazza S. Giovanni, pochi giorni dopo, per riaffermare il ruolo dei lavoratori, delle loro lotte e dei loro legittimi obiettivi. Sintomatico un episodio di quei giorni che voglio raccontare: un comunicato anonimo informa che nella rotonda del deposito di San Lorenzo ci sono delle bombe sui locomotori. Per risolvere la questione, eventualmente bonificando il tratto, bisognava “tagliare in due il Paese” essendo Roma fornitrice centrale di locomotive tant’è che il “compagno Vladimiro”, insieme a chi scrive, compresa la “mossa”, iniziano a tirare fuori tutti i locomotori mentre i lavoratori si erano fermati tra un senso di angoscia e il tripudio per la soluzione trovata!
Era questa determinazione, mista ad una buona dose di raziocinio, la dote di Vladimiro, che tra “compagni” chiamavamo MIRO.
Insieme a lui e ad altri “grandi compagni” abbiamo fatto cose inimmaginabili e fantasiose, a partire da “Scintilla”, giornale dei macchinisti (con chiaro riferimento al suo primo ideatore) che, partendo da una semplice matrice e un ciclostile, è diventata la voce più qualificata a trattare i temi politici e sindacali non solo della categoria.
Allo stesso tempo la nostra discussione elaborava l’idea della “riforma della ferrovia” alla quale seguì la lotta per azzerare il centro sperimentale così come era stato concepito per dargli nuovo impulso e un nuovo “core business”, arrivando alle proposte per migliorare il sistema regionale ferroviario, o la battaglia per la realizzazione della fermata al Pigneto piuttosto che il lungo e poderoso lavoro per vincere le resistenze della direzione FS per la affermazione del “treno Metrò”.
Ma per Miro continuava anche l’impegno strettamente politico, che lo vide organizzatore di molte “Feste dell’Unità” nei quartieri di Roma (in una fu anche organizzato un corso d’informatica gratuito per i compagni del CEU) e in tutte queste iniziative Vladimiro Chellini era, e resterà sempre, il “Capo” quello che, nel rispetto dell’autonomia di tutti e ciascuno, coordinava il gruppo dando (come diceva lui stesso) “il ritmo con la mazzola sul tamburo”.
Caro Miro, con la tua rettitudine e acutezza politica sei stato in grado di far divenire la “Sezione ferrovieri” di Roma un grande punto di riferimento per molti lavoratori, non solo ferrovieri e, pur non essendo facile, la tua capacità di ascolto ha reso il consultarla davvero inderogabile per tutti.
Compagno Miro con” l’esalazione del tuo ultimo respiro”, come tu stesso hai scritto nel saluto che hai consegnato al compagno Roberto perché lo leggesse durante il tuo funerale, tutti noi che restiamo sappiamo che con te abbiamo perso uno dei nostri più cari compagni ma non dimentichiamo i tuoi insegnamenti.
Ciao Miro.
