di Loredana Fraleone—-

Come ogni anno dal 1258, con brevi interruzioni nel corso dei secoli, il 3 settembre Viterbo si dedica all’evento che ha ormai risonanza nazionale e internazionale, con migliaia di visitatori che invadono la città per assistere al trasporto della “Macchina di Santa Rosa”.

Il trasporto per alcune vie del centro storico presenta momenti emozionanti per chi assiste alla fatica di 100 facchini che debbono sollevare i circa 5.000 kg della macchina in perfetta sincronia, il momento più pericoloso, per poi effettuare un percorso di 1.200 metri fino al santuario dedicato alla santa.

L’evento è di tale portata che la città si paralizza per giorni, in attesa e preparazione della festa, con la conseguenza che appuntamenti, iniziative, avvio di cose di vario genere ne sono dipendenti e la frase ricorrente è: “si fa dopo Santa Rosa”.

Quest’anno, il presidio denominato “Piazza Palestina”, nato da un’iniziativa del Tavolo per la Pace di Viterbo, che dallo scorso settembre si riunisce nella piazza del Comune tutte le settimane, senza interruzioni per il freddo, la pioggia il caldo, per denunciare il genocidio e le guerre in corso, non solo non rinuncerà alla presenza settimanale del venerdì 4 settembre, come sempre dalle 19 alle 20, quando la festa è in corso con diversi appuntamenti, ma esibirà un’immagine della Santa con abito palestinese per richiamare credenti e non ad un legame tra chi portava il pane agli affamati con la necessità di portare soccorso ad una popolazione che a Gaza continua a subire il genocidio e in Cisgiordania una sistematica espulsione. Un soccorso che è anche materiale, nell’azione di alcune associazioni che ne fanno parte, ma anche politico, per la denuncia delle corresponsabilità dirette e indirette dei paesi occidentali con lo stato genocida di Israele.

In assenza di voci istituzionali, tranne quella del Papa, la persistenza di un presidio che va avanti da un anno, passa anche per la sensibilizzazione di chi partecipa a un momento di festa, richiamando l’attenzione su un popolo che resiste e non vuole perdere la propria terra e identità, per le mire coloniali di chi abusa della religione per giustificare i propri crimini.