di Maurizio Semplice—-
Il Grande Inceneritore continua a dividere la Capitale. La narrazione ufficiale parla di “svolta ecologica”, ma la scelta pone pesanti dubbi: perché puntare su una tecnologia che moltissime città europee stanno abbandonando?
Il sostegno all’impresa arriva non solo dal Partito Democratico, ma anche da settori di centrosinistra e centrodestra in Campidoglio e alla Regione. Una convergenza bipartisan che lascia intravedere l’interesse politico di poter esibire, tra qualche anno, una “soluzione definitiva” al problema rifiuti, perfetta per le sempiterne campagne elettorali future. Attorno all’impianto ruoteranno infatti appalti, energia, manutenzione e soprattutto AMA e multiutility come Acea che saranno protagoniste della gestione, vale a dire filiere economiche rilevanti che garantiranno “stabilità” a lungo termine. Ma la domanda resta ancora: è davvero questa la via più moderna e sostenibile per una capitale europea? La scelta legherà infatti Roma per decenni a un modello che altri stanno abbandonando. Il rischio è bloccare l’economia circolare per privilegiare una grande opera più per l’impatto simbolico che per quello ambientale. Nel frattempo, continua a mancare un vero dibattito pubblico. E senza partecipazione, le soluzioni rischiano di somigliare più ad affari calati dall’alto che a politiche per la città.
Roma non ha bisogno di un monumento industriale alla politica del “bruciamo oggi e vediamo domani”. Ha bisogno di prevenzione, riciclo, filiere del riutilizzo e trasparenza. Perché costruire un inceneritore oggi significa decidere — nero su bianco — che la Capitale continuerà a produrre rifiuti per alimentarlo e giustificarne i costi. Se questa è la visione “moderna”, allora siamo rimasti al Novecento: quando le grandi opere servivano solo a mostrare forza, non a risolvere problemi. Il vero coraggio sarebbe investire in ciò che non si “vede” subito: soprattutto educazione ambientale, riduzione, innovazione ed economia circolare. Ma di questi tempi il buon senso pare essere fantascienza. Il resto è fumo negli occhi e nei polmoni dei cittadini. E quando, fra trent’anni, qualcuno busserà alla porta chiedendo perché Roma non ha cambiato modello, non basterà dire che “era l’unica soluzione”. Era solo la più comoda da raccontare. O la migliore per fare affari.
