di Maurizio Semplice—-
C’è un dato che dovrebbe bastare, da solo, a incrinare qualsiasi narrazione rassicurante sul sistema penitenziario italiano: nel Lazio, nel 2025, le carceri ospitano quasi il 50% di detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare, circa 6.700 detenuti per 4.500 posti reali. Non è una contingenza, è la norma. Eppure, il racconto ufficiale continua a parlare di emergenza (anche se è un’emergenza che dura da decenni) Ma qui non siamo davanti a un imprevisto: siamo davanti a un sistema costruito per funzionare così. Il sovraffollamento non è una deviazione, è l’architrave nascosta del modello penitenziario italiano.
Il Lazio, da questo punto di vista, è solo più sincero degli altri. Perché rende visibile ciò che altrove si riesce ancora a nascondere tra le pieghe delle statistiche. I grandi istituti, da Rebibbia a Regina Coeli, sono diventati contenitori saturi, luoghi in cui la dignità è compressa fino a sparire. Ma è nei contesti meno visibili, come Viterbo, che il problema si mostra nella sua forma più nuda: meno riflettori, stessi meccanismi, stessa indifferenza. “Mammagialla” occupa infatti un posto emblematico. Non tanto per la dimensione dell’istituto, quanto per il suo valore simbolico. Qui si intrecciano tutte le criticità del sistema: sovraffollamento, carenza cronica di personale, compressione dei diritti fondamentali. Non è un caso isolato: è un nodo dentro una rete che funziona male ovunque.
E intanto il paradosso si fa sempre più evidente: i reati diminuiscono ma i detenuti aumentano. Non è un mistero sociologico, è una linea politica. Si riempiono le carceri perché è la risposta più semplice da comunicare. Più visibile. Più spendibile elettoralmente. Poco importa se inefficace. Poco importa se incostituzionale nella pratica.
Già, la Costituzione. Quella che parla di funzione rieducativa della pena. Una formula che, nelle condizioni attuali, suona quasi come una provocazione. Rieducare dove? Chi? Come? In celle sovraffollate, senza spazi, senza personale, senza percorsi reali? La verità è che la rieducazione è stata espulsa dal sistema, sostituita da una gestione emergenziale permanente.
E qui sta il punto politico che si continua a evitare: questa situazione non persiste nonostante lo Stato, ma grazie allo Stato. È il risultato diretto di scelte legislative che ampliano il ricorso alla detenzione, di inerzie amministrative, di una cultura politica che preferisce punire piuttosto che comprendere. Il carcere diventa così il luogo in cui si scaricano tutte le contraddizioni sociali che non si vogliono affrontare altrove. Non sorprende, allora, che periodicamente esplodano tensioni, proteste, atti estremi. Sarebbe sorprendente il contrario. Perché quando si comprimono diritti fondamentali in modo sistematico, la crisi non è un’eventualità: è una conseguenza inevitabile.
Eppure, si continua a intervenire sempre nello stesso modo: annunci, piani straordinari, qualche posto in più. Mai una discussione vera sul modello. Mai una domanda radicale: a cosa serve oggi questo modello di carcere in Italia?
Il Lazio, ancora una volta, offre una risposta brutale: serve a contenere, non a trasformare. A nascondere, non a risolvere. A produrre l’illusione di controllo mentre il sistema sfugge di mano. Per questo non basta dire che il Lazio è un caso critico. Sarebbe rassicurante, ma falso. Il Lazio è uno specchio. Riflette fedelmente un sistema che ha smesso di funzionare e che continua a esistere solo perché politicamente conveniente. E Viterbo, più che un caso, è un frammento di una crisi che attraversa l’intero sistema penitenziario italiano, dove l’eccezione è diventata regola e la pena ha smarrito la sua funzione costituzionale. Non è il carcere che è fuori controllo. È la politica che ha smesso di volerlo controllare.
