di Inventare il futuro—-
Una sinistra che accetta questo linguaggio è già morta. Se la città è povera di risorse, proprio per questo bisogna scegliere da che parte stare. Non si può stare un po’ con chi specula e un po’ con chi viene sfrattato, un po’ con la rendita e un po’ con gli studenti, un po’ con il decoro e un po’ con chi viene cacciato dai quartieri.
E qui bisogna dirsi una cosa che molti fingono di non sapere: mettere qualche figura “di sinistra” dentro una macchina che resta del PD non cambia la macchina. Spesso la rende solo più presentabile. È il redwashing istituzionale. Frequentemente vediamo candidati la cui biografia militante dovrebbe rassicurare l’elettorato più di sinistra. Il problema però sorge quando quella biografia diventa una garanzia simbolica, un vero e proprio simulacro svuotato di significato, per politiche che non propongono nulla. Uno può venire dai centri sociali, essere percepito come vicino ai movimenti, parlare il linguaggio giusto, avere l’immagine giusta. Ma se politicamente non pesa, se non sposta nulla, se non produce rottura, diventa una tigre di carta al servizio del Partito Democratico.
Il rischio è micidiale: i movimenti pensano di avere una sponda, abbassano il livello dello scontro, si convincono di essere in una botte di ferro. Poi arrivano le scelte vere e ci si accorge che quella sponda era molto più fragile di quanto sembrasse.
Questo è il nodo teorico, ma è anche il nodo più concreto. La politica istituzionale non funziona dall’alto verso il basso. Non si entra nelle istituzioni e poi, per magia, si cambia la società. Le istituzioni sono rapporti di forza cristallizzati. Se fuori non hai forza, dentro non hai potere; hai una poltrona, un assessorato, una fascia. Ma non hai potere. Il PCI era forte non perché avesse soltanto bravi amministratori. Era forte perché dietro aveva un movimento operaio capace di bloccare interi comparti produttivi. L’istituzione arrivava dopo. Non prima. Quando ha iniziato a prendere piede il dogma occhetoveltrondalemiano della governamentalità a tutti i costi, il PCI, e ciò che c’è stato dopo, ha iniziato il suo inesorabile declino, fino a diventare quel magma putrescente che è il PD.
Per questo una sinistra al governo senza forza sociale è un simulacro. A volte è persino più pericolosa dell’assenza di sinistra, perché produce illusione. Fa credere che qualcuno stia già rappresentando il conflitto, che qualcuno stia già difendendo chi non ha potere, che basti aspettare e fidarsi. Ma se quella rappresentanza non poggia su una forza organizzata, finisce per fare il contrario: narcotizza la lotta. Quando il PD continua a fare il PD, la rabbia non trova più neppure il punto da cui ripartire.
Noi lo diciamo chiaramente ad AVS e a Rifondazione: alle elezioni nazionali, dentro un’alleanza organica con il PD, non vi voteremo. Non è una posa identitaria, non è il gusto minoritario di stare fuori da tutto, bensì è una valutazione strategica. Quella formula produce sempre lo stesso giro: promessa, compromesso, tradimento, disillusione, avanzata della destra. E ogni volta il peggio arriva un po’ più peggio di prima: da Berlusconi a Salvini, da Salvini a Meloni, da Meloni a Vannacci. La sinistra che si fa stampella del centrosinistra non ferma la destra. La prepara, come nella repubblica di Weimar.
Ma proprio per questo Roma può essere un’altra cosa. Non chiediamo ad AVS, a Rifondazione e alle forze di sinistra di rappresentarci dall’alto. Chiediamo di non bruciare una possibilità. Costruite un programma contro la città-vetrina, contro la rendita di pochi e contro la politica ridotta alla gestione dell’esistente; un programma che parta da chi la città la vive ma viene lasciat@ ai margini: periferie belle e non abbandonate, verde e servizi come beni comuni, trasporti che liberano tempo, una scuola pubblica capace di aprire possibilità, cultura non come merce ma come spazio comune, case per abitare e non per speculare, lavoro che non sia solo precarietà. State all’opposizione, anche per anni. Ma stateci per costruire, in subalternità a chi vive la città, i famosi rapporti di forza.
Il punto è tutto qui: non vogliamo una sinistra decorativa nel campo largo. Non vogliamo l’ennesima copertura sociale ed ecologista a politiche decise altrove. Non vogliamo la sinistra-stampella del PD. Vogliamo capire se esiste ancora qualcuno disposto a costruire una sinistra contro la subalternità al PD, contro la città venduta, contro la neutralizzazione dei conflitti. A Roma si può cominciare. Al primo turno si esiste. Al secondo, se necessario, si ferma la destra. Ma prima bisogna avere il coraggio di non farsi mangiare.
