di Germano Di Francesco—-
A seguito di una forte spinta dal basso (comitati, singoli cittadini e PRC) era partita da Civitavecchia la proposta di una vera azione di transizione ecologica nel campo della produzione energetica. La (ormai prossima) dismissione della produzione elettrica da carbone poteva essere, almeno parzialmente, sostituita da un grande impianto eolico off-shore (turbine su piattaforme galleggianti a circa 20 km dalla costa): questa l’idea che ci ha sostenuto mentre costruivamo una proposta concreta, almeno nelle linee progettuali essenziali, da proporre ai soggetti politico-istituzionali a tutti i livelli, ci confrontavamo con i maggiori esperti italiani di energie rinnovabili, contattavamo soggetti privati in grado di tradurre quelle idee in progetti concretamente realizzabili.
Finalmente nel 2022 un soggetto privato sottoponeva al MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) una proposta per la realizzazione di un impianto da circa 270 Mw e nel 2023 presentava l’istanza per il rilascio del provvedimento di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale).
Sembrava ormai che il percorso fosse ormai ben avviato e che, finalmente, si potesse realizzare un passo avanti per quella transizione ecologica di cui tutti parlano, anche a sproposito, ma che tarda a concretizzarsi.
Poi la doccia fredda: sul sito del MASE l’istanza di VIA risulta sospesa per “richiesta del Proponente”. Ed ora?
Sul piano politico nazionale destano preoccupazione anche le recenti dichiarazioni del Ministro Pichetto Fratin: l’Italia ha scelto di puntare sulle rinnovabili ed in particolare sull’eolico off-shore ma visti i tempi di realizzazione degli impianti e le caratteristiche intrinseche della produzione elettrica da rinnovabili dobbiamo prevedere anche una quota del 10 – 12% da nucleare. Affermazione già sospetta in sé ma, se aggiunta al fatto che la realizzazione degli impianti eolici off-shore è bloccata, diventa veramente allarmante.
