di Giovanni Angeloni—-

Un filo invisibile e continuo unisce la storia d’Italia a quella di Israele. Si tratta di un legame sotterraneo che ha fornito un contributo decisivo alla nascita dello Stato ebraico: una complessa vicenda di realpolitik, rimasta a lungo volutamente celata o ben protetta nelle pieghe degli archivi. Tra il 1934 e il 1948, prima l’Italia fascista e poi quella repubblicana offrirono tecnologie, dottrine e insegnamenti marittimi che si rivelarono determinanti per la fondazione dell’Heil HaYam (la Marina Militare Israeliana) e delle sue unità d’élite.

Per comprendere l’origine di questa cooperazione occorre risalire alla fine di novembre del 1934. Nel porto di Civitavecchia, presso la locale Scuola Marittima, prese il via un corso speciale destinato a cambiare la storia del Medio Oriente. Un primo gruppo di 28 giovani ebrei, proveniente da varie parti d’Europa, arrivò in Italia per essere addestrato come marinai e meccanici navali. Facevano tutti parte del Betar, il movimento giovanile del sionismo revisionista (la destra sionista) guidato dall’ucraino Ze’ev Jabotinsky.

A rendere possibile l’accordo fu una intesa determinata da diverse finalità strategiche., ovvero un’intesa nata da una convergenza d’azione seppur mossa da distinti scopi di lungo periodo Da un lato, il regime fascista vedeva nel sionismo revisionista una pedina geopolitica fondamentale per scardinare l’egemonia della Gran Bretagna nel Levante mediterraneo. Dall’altro, Jabotinsky sapeva bene che il futuro Stato ebraico, per sopravvivere alla fine del mandato britannico in Palestina, avrebbe avuto assoluto bisogno di quadri militari e marinai.

L’incontro fu motivato anche da una particolare consonanza ideologica: il leader ucraino condivideva con il fascismo l’avversione per il marxismo e l’esaltazione dell’azione concreta. Per Jabotinsky, l’ebreo della diaspora doveva essere sostituito dall’“Uomo Nuovo”: un cittadino-soldato, disciplinato e pronto al sacrificio.

A Civitavecchia gli allievi adottarono la rigida disciplina navale italiana e quella imposta dal regime fascista. Il legame durò quattro anni, durante i quali lo Stato italiano formò complessivamente  circa 150 giovani marinai ebrei. La collaborazione si interruppe bruscamente nel settembre del 1938 con la proclamazione delle Leggi Razziali: il governo fascista revocò le autorizzazioni ministeriali, espulse gli allievi ancora presenti e ne ordinò l’allontanamento dal territorio nazionale.

Nonostante la rottura, l’opera di formazione e gli insegnamenti rimasero ben impressi nei partecipanti, sia sotto il profilo tecnico sia sotto quello etico. Il valore di quell’addestramento emerse nel dopoguerra, quando gli ex allievi si trasformarono nella spina dorsale della nascente marina israeliana. Shlomo Erell, che era uno di quegli allievi che aveva studiato a Civitavecchia, divenne Comandante in Capo della Marina Israeliana, guidando la flotta durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Gli uomini usciti dalla scuola fascista non erano semplici marinai, ma divennero i quadri dirigenti che tradussero in ambito militare le dottrine apprese in Italia.

Il filo spezzato si riannodò tra il 1945 e il 1948 nell’Italia repubblicana. Le reti clandestine sioniste, impegnate a contrastare le flotte arabe, cercarono sponde nei servizi segreti italiani. Venne allestita una base d’addestramento segreta a Formia, coordinata dal capitano di vascello Agostino Calosi (allora in forza al SIS, il servizio informazioni della Marina) con la regia del Mossad.

L’organizzazione pratica della rete fu affidata a Giovanni Buttazzoni, già comandante del Battaglione Nuotatori Paracadutisti (NP) della Xª Flottiglia MAS. Buttazzoni collaborò con Calosi nella selezione dei migliori tecnici e specialisti italiani da mettere a disposizione della causa israeliana. Furono così reclutati ex reduci dei reparti d’assalto (Xª MAS e Mariassalto) per addestrare clandestinamente i commando del nascente Stato d’Israele. Geo Calderoni operò come istruttore tattico per le infiltrazioni costiere e il combattimento anfibio, mentre il ruolo di istruttore capo degli assaltatori fu affidato a Fiorenzo Capriotti, veterano incursore.

Capriotti addestrò gli uomini del Palyam (il braccio marittimo dell’Haganah) all’impiego dei barchini d’assalto M.T.M. (Motoscafi da Turismo Modificati), imbarcazioni cariche di esplosivo ideate dalla Marina italiana.

Il battesimo del fuoco avvenne la notte del 22 ottobre 1948: quattro barchini d’assalto, applicando rigorosamente le tattiche apprese a Formia, colarono a picco la nave ammiraglia egiziana El Emir Farouk al largo di Gaza. Da quel nucleo iniziale nacque lo Shayetet 13 (13 Flottiglia) l’unità d’élite dei commando marittimi israeliani. In tempi recenti, gli operatori di questa stessa unità sono stati impiegati negli assalti alle imbarcazioni umanitarie della Global Sumud Flotilla del 2025 e del 2026 , con il conseguente sequestro illegale di barche ed equipaggi; azioni per le quali la Procura di Roma ha aperto un fascicolo d’indagine.

La parabola  della marina israeliana evidenzia, così, una profonda e amara ironia storiografica. La linea di continuità tecnologica e dottrinale che ha avuto inizio durante il fascismo a Civitavecchia, e proseguita nel dopoguerra a Formia con l’ausilio dei reduci della Xª MAS, si è tradotta oggi in un rigido  e violento strumento di oppressione e controllo militare. Quelle conoscenze marinaresche, tattiche e strategiche oggi sono impiegate per  interdire illegittimamente l’accesso al  litorale di Gaza e compiere operazioni speciali in acque internazionali, agendo in aperta e sistematica violazione delle norme del diritto internazionale.