di Matteo Masum—- 

Parigi, Madrid, Tirana, Roma, Milano, Torino: in molte città gli studenti scendono in piazza contro le politiche di riarmo e le conseguenze sociali della guerra. Non si tratta soltanto dei rincari legati alla crisi dello stretto di Hormuz e al conflitto russo-ucraino. 

L’aumento delle spese militari da parte dei governi europei riduce le risorse disponibili per lo stato sociale, dalla casa alla scuola. È in questo contesto che si inseriscono le mobilitazioni studentesche, partite da Parigi e arrivate anche in Italia. Nelle grandi città, le proteste contestano politiche che privilegiano il turismo e gli interessi economici rispetto agli spazi di socialità, alla cultura e ai servizi pubblici.

Occupazioni, cortei e manifestazioni esprimono il dissenso di una generazione che rifiuta di subire queste scelte. La mobilitazione ha raggiunto anche i Castelli Romani. La scorsa settimana, ad Ariccia, gli studenti di diversi istituti superiori hanno partecipato a una manifestazione per chiedere maggiori investimenti nell’istruzione. 

Abbiamo intervistato Alessio, studente di Velletri, per capire le ragioni della protesta. «Manifestiamo contro un governo che, invece di investire soldi nell’istruzione, indirizza le risorse verso questioni secondarie come la guerra», spiega. Le sue parole indicano una priorità precisa: destinare più risorse alla scuola, invece di aumentare la spesa militare. 

Alessio frequenta un istituto superiore di Velletri, che definisce «adeguato, ma vecchio e bisognoso di interventi». Non fa parte di collettivi studenteschi e ha partecipato alla manifestazione insieme a un compagno di classe, per iniziativa personale. Un dato che richiama il carattere spontaneo di queste mobilitazioni, nate anche al di fuori delle organizzazioni strutturate. Gli chiediamo infine se la protesta possa produrre risultati. «La protesta singola no, ma se verranno organizzate altre giornate di questo tipo, ciò potrà portare a qualcosa». La continuità delle mobilitazioni sarà quindi decisiva per trasformare il dissenso in richieste concrete e ottenere risposte sul finanziamento della scuola pubblica.