di Maurizio Semplice—-

Camion fermi, trattori in strada, difficoltà nei rifornimenti. Le proteste contro il caro carburante mostrano quanto rapidamente una crisi dei costi possa diventare una crisi collettiva. Nel Lazio, emerge una domanda comune: chi protegge il lavoro e i diritti quando il mercato presenta il conto?

Un distributore senza carburante, uno scaffale che comincia a svuotarsi: è qui che una vertenza apparentemente di categoria entra nella vita di tutti. Le mobilitazioni di autotrasportatori e agricoltori nel Mezzogiorno stanno producendo conseguenze sulla distribuzione delle merci. Il quadro riportato il 19 ottobre comprende presidi in diverse regioni meridionali, stazioni di servizio rimaste senza rifornimenti e carenze di alcuni prodotti nei supermercati.
La sequenza è ormai concreta: il carburante rincara, i costi diventano insostenibili per chi produce e trasporta, la protesta rallenta le consegne, le difficoltà raggiungono negozi e famiglie. E qui emerge il limite di una visione esasperatamente liberista: da un lato affidare (con cinismo) solo e sempre al mercato il compito di garantire la normalità (ormai insostenibile) dei flussi, dall’altro scaricare in toto sui lavoratori le conseguenze gravose del peso delle oscillazioni e delle interruzioni. Ma la crisi ormai è sotto gli occhi di tutti; l’interdipendenza tra energia, trasporti e (in questo caso specifico) agricoltura, richiede davvero un governo pubblico; senza protezioni, questo sistema rischia di diventare il canale malato attraverso cui la crisi stessa si propaga a macchia d’olio.

Dalle strade del Sud alle campagne del Lazio

La protesta sul caro carburante è arrivata anche sulla via Aurelia. La Tgr Lazio ha documentato la presenza dei trattori a Torrimpietra nella serata del 30 settembre. Il 5 ottobre, una distinta mobilitazione promossa da Coldiretti ha portato in piazza Santi Apostoli agricoltori provenienti dalle province laziali, con richieste su costi di produzione, filiere in difficoltà e danni climatici e da fauna selvatica. Due percorsi diversi che mostrano quanto sia esteso il disagio agricolo regionale. Il carburante è il detonatore, ma la domanda riguarda la possibilità stessa di continuare a produrre. Per il Lazio questa è un’occasione per intervenire prima che le tensioni si aggravino. Governo e Regione devono affrontare insieme sostenibilità dei costi, remunerazione delle produzioni e continuità delle forniture, ciascuno attraverso le proprie competenze, prima che sia troppo tardi.

Spezzare la catena delle emergenze

Il rischio è un sistema nel quale ogni soggetto debba cavarsela da solo: l’agricoltore davanti ai costi di produzione e l’autotrasportatore davanti al prezzo del gasolio. È questa solitudine economica che la politica ha il dovere di interrompere. Governo nazionale, Regione, amministrazioni locali e imprese devono rispondere delle rispettive scelte. Competenze e responsabilità devono tradursi in impegni seri, risorse e tempi verificabili, al di là del prevedibile cicaleccio demagogico.

Le proteste di questi giorni ci stanno mostrando quanto sia fragile quella che pensavamo essere la normalità e per tali motivi il Lazio deve essere in grado di leggere in tempo questo preoccupante segnale. Anche se – visti gli attori in campo – rimango scettico…

Un’economia va giudicata soprattutto dalla sua capacità di garantire continuità alla vita delle persone. Se basta una scossa a mettere in difficoltà lavoro, approvvigionamenti e diritti, governare davvero significa programmare per tempo, costruire le protezioni che mancano e restituire dignità al lavoro. Si spera prima della prossima emergenza…