di Daniela Alessandri—-

Da luglio a Ferragosto una sequenza impressionante di femminicidi attraversa l’Italia. E il Lazio non è spettatore.

Il 13 luglio, a Roma, Dafne Rebaudo, 31 anni, precipita da una terrazza a Tor Bella Monaca. Inizialmente si parla di possibile suicidio, poi le indagini ricostruiscono la presenza del compagno e l’ipotesi che la donna sia stata spinta. L’uomo viene fermato e si procede per l’ipotesi di femminicidio.

Un mese dopo, il 18 agosto, a Colleferro, Joanna Rouissi, 50 anni, viene uccisa a coltellate dal marito nella propria abitazione, davanti a uno dei figli.

Nel mezzo, una sequenza nazionale drammatica: Tania, Maria, Ornella, Michela e Carmela. Donne uccise, nella maggior parte dei casi, da mariti, compagni o ex compagni.

Non siamo davanti a una semplice successione di fatti di cronaca. È violenza maschile contro le donne. È patriarcato. È un fenomeno strutturale, ormai da tempo. E il femminicidio è soltanto l’estremo della catena: prima ci sono controllo, minacce, stalking, violenza psicologica, fisica, sessuale ed economica.

Per questo il problema politico non può essere soltanto quello delle pene. La repressione arriva dopo. La politica deve intervenire prima.

E il Lazio ha numeri che non consentono alla politica di voltarsi dall’altra parte.

Tra il 2023 e settembre 2025 oltre 13 mila donne si sono rivolte ai Centri antiviolenza della regione e più di 4mila sono state prese in carico per percorsi di uscita dalla violenza. Nella grande maggioranza dei casi la violenza è psicologica; seguono minacce, violenza fisica ed economica. E nella maggioranza dei casi l’autore è il partner o l’ex partner.

Sono numeri enormemente più grandi di quelli dei femminicidi che arrivano sui giornali. La vera dimensione del fenomeno è quindi quella che precede il delitto.

Da qui dovrebbe partire la politica nazionale e regionale.

Il Lazio dispone di una rete di Centri antiviolenza e case rifugio, ma la questione non può essere semplicemente quanti servizi esistano sulla carta. Occorre sapere se sono sufficientemente finanziati, se sono capillari, se una donna può accedervi rapidamente, se esiste una reale integrazione con consultori, servizi sociali, sanità, scuole, forze dell’ordine e magistratura.

E c’è una prevenzione che non può più essere rinviata: l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Nel Lazio esiste una proposta di legge che riconosce il diritto di bambine, bambini, ragazze e ragazzi a un’educazione all’affettività e a una corretta informazione sessuale, ma non è ancora diventata legge. La Regione ha approvato nel 2026 il Servizio di psicologia scolastica, che interviene sul benessere e sulle competenze relazionali, ma questo non può sostituire un vero percorso strutturale di educazione al consenso, alla parità, alla sessualità consapevole e al riconoscimento della violenza. Dopo una nuova estate di femminicidi, l’approvazione della legge regionale sull’educazione affettiva deve diventare una priorità politica. Perché se la violenza maschile è strutturale, la prevenzione deve cominciare prima che la violenza cominci.

E soprattutto bisogna affrontare il nodo dell’autonomia.

Una donna senza reddito, senza una casa e senza una rete di servizi ha molte più difficoltà a uscire da una relazione violenta. Per questo la prevenzione dei femminicidi riguarda anche il lavoro, il welfare, il diritto all’abitare, i consultori pubblici. Non sono politiche collaterali: sono strumenti concreti di libertà.

È questo uno dei punti centrali delle richieste delle donne: spostare il baricentro dalla sola repressione alla prevenzione e all’autodeterminazione. Il carcere può punire chi uccide, ma non può salvare una donna già morta.

E mentre nel Lazio si consumavano queste vicende, il resto del Paese viveva una sequenza altrettanto drammatica: Tania, Maria, Ornella, Michela e Carmela, tra il 15 e il 18 agosto, si aggiungono a Joanna. Sei donne in pochi giorni, con dinamiche diverse e con alcuni casi ancora al vaglio della magistratura.

Non è una coincidenza statistica da registrare una volta all’anno. È un fenomeno politico.

Per questo occorre mettere in campo un vero Piano regionale contro la violenza maschile sulle donne, con finanziamenti strutturali ai Centri antiviolenza e alle case rifugio, rafforzamento dei consultori e dei servizi territoriali, autonomia abitativa ed economica, formazione degli operatori ed educazione all’affettività e al consenso.

Perché la sicurezza delle donne non può essere affrontata soltanto dopo che una donna è stata uccisa. Dafne a luglio. Joanna ad agosto.

Il problema è evidente: la politica deve arrivare prima del femminicidio.

Non una di meno.