di Daniela Alessandri—-
Le giornate dell’8 e 9 marzo hanno riportato a Roma una grande mobilitazione femminista e transfemminista. Migliaia di persone hanno attraversato le strade della capitale rispondendo alla chiamata di Non Una di Meno, dentro una mobilitazione nazionale che ha coinvolto decine di città italiane.
Non è stata soltanto la ricorrenza della Giornata internazionale delle donne. Nelle piazze si è manifestata una protesta politica che ha legato la denuncia della violenza patriarcale alle condizioni materiali di vita: lavoro precario, crisi del welfare, guerra e militarizzazione delle politiche pubbliche.
Il corteo dell’8 marzo
Il corteo dell’8 marzo ha attraversato il centro della città partendo da piazzale Ugo La Malfa, nei pressi del Circo Massimo, per poi snodarsi lungo le strade che costeggiano il Colosseo fino a raggiungere Piazza Vittorio Emanuele II.
Fin dalle prime ore del pomeriggio la piazza si è riempita di collettivi studenteschi, centri antiviolenza, lavoratrici, militanti dei movimenti sociali e sindacati di base. Striscioni, bandiere fucsia, musica e cori hanno accompagnato il lungo serpentone che ha attraversato il centro storico.
In testa al corteo lo slogan “Disarmiamo il patriarcato”, che ha sintetizzato il senso politico della mobilitazione. La presenza di moltissime giovani e studenti ha dato alla manifestazione un carattere generazionale molto forte, segno di un movimento che continua a rinnovarsi e a coinvolgere nuove soggettività.
Il 9 marzo e lo sciopero transfemminista
La mobilitazione è proseguita anche il giorno successivo con lo sciopero transfemminista, sempre promosso da Non Una di Meno.
A Roma si è svolto un nuovo appuntamento di piazza con concentramento a Piazzale Ostiense, dove assemblee e interventi pubblici hanno dato continuità alla mobilitazione del giorno precedente.
Lo sciopero ha riguardato non solo il lavoro salariato ma anche il lavoro di cura, spesso invisibile e non riconosciuto, che continua a gravare in larga parte sulle donne. Un modo per rendere visibile come la società si regga su un’enorme quantità di lavoro non pagato.
Violenza di genere e questione sociale
Nelle due giornate romane è emerso con chiarezza un punto politico: la violenza di genere non è un fenomeno isolato o emergenziale, ma è legata a un sistema di diseguaglianze sociali ed economiche.
Per questo nelle piazze dell’8 marzo si è parlato di salari bassi, precarietà, crisi del welfare e definanziamento dei servizi pubblici. Senza politiche sociali e investimenti strutturali, denunciano le attiviste, la lotta alla violenza resta inevitabilmente incompleta.
Tra le rivendicazioni più presenti: finanziamenti adeguati ai centri antiviolenza, servizi sociali territoriali, asili nido pubblici, sanità accessibile e diritti sul lavoro.
Femminismo e critica alla guerra e al patriarcato
Un elemento sempre più centrale della mobilitazione transfemminista riguarda la critica alla guerra e alla militarizzazione progressiva di Italia e Europa.
In molti striscioni e interventi è stata denunciata la contraddizione tra l’aumento delle spese militari e il continuo definanziamento dello stato sociale. La richiesta che emerge dalle piazze è chiara: meno risorse per il riarmo, più investimenti in welfare, istruzione e sanità.
Il legame tra patriarcato, violenza e militarismo è stato uno dei fili conduttori della mobilitazione, dentro una visione che mette in discussione il modello di sviluppo fondato sulla competizione, sulle gerarchie e sulla logica della forza.
Una piazza che parla al conflitto sociale
Le giornate dell’8 e 9 marzo a Roma confermano una dinamica ormai evidente: il movimento transfemminista è oggi uno dei luoghi in cui si prova a ricomporre diverse dimensioni del conflitto sociale.
La denuncia della violenza maschile si intreccia con la lotta contro precarietà e diseguaglianze, con la difesa del welfare e con l’opposizione alla guerra.
Non si tratta quindi soltanto di una mobilitazione identitaria, ma di un movimento che prova a mettere in discussione un modello di società che produce sfruttamento, marginalità e violenza.
In un contesto segnato dalla crescita delle destre e dal rafforzamento delle politiche di riarmo, le piazze dell’8 marzo indicano un terreno di mobilitazione che tiene insieme diritti, giustizia sociale e pace. Una prospettiva che parla non solo alle donne, ma a tutto il mondo del lavoro e dei movimenti sociali.
