di Anna Simoni *—-
L’attacco di Michele Mari a Michela Murgia, al Premio Strega, non è una semplice caduta di stile, ma la manifestazione plastica di una violenza patriarcale e strutturale che la cultura istituzionale continua a proteggere. Il corpo come dispositivo di silenziamento, ridurre il pensiero radicale, transfemminista e intersezionale di Murgia a un giudizio estetico (“intransigente perché brutta”) è l’archetipo del sessismo sistemico. Quando il patriarcato culturale non sa contrastare le idee di una donna eccedente, ricorre al body-shaming e alla patologizzazione del dissenso. Se una donna non è sottomessa o esteticamente codificata, viene privata di legittimità politica.
La difesa della Fondazione Bellonci, trincerato dietro il dogma del “si giudica l’opera, non l’autore”, è un atto di complicità. Questa finta neutralità serve solo a proteggere il privilegio maschile e bianco: dimostra che, per le istituzioni, la dignità delle donne è sacrificabile in nome del prestigio editoriale. Le scuse di Mari al condizionale (“se qualcuna si è offesa”) confermano questa dinamica, ribaltando la colpa sulla sensibilità delle vittime.
Il livore verso Murgia nasce dalla paura profonda della sua eredità: l’aver sostituito il mito del “genio solitario” maschile con la forza del collettivo.
Il tentativo di liquidare il caso come “gossip da pullman” è fallito grazie alla pratica della sorellanza. Scrittrici e intellettuali hanno rotto l’omertà, dimostrando che il tempo della deferenza verso i baroni della letteratura è finito.
Si può essere raffinati artigiani della lingua, ma se si usano le parole come clave misogine, si resta solo piccoli ingranaggi di un sistema oppressivo che non abbiamo più alcuna intenzione di tollerare.
*Collettivo Ceccano 2030
