di Maurizio Semplice—- 

I blindati “Puma” dell’esercito schierati davanti alla stazione Termini non sono un errore di comunicazione. Sono la comunicazione. Sono il manifesto visivo di una politica che ha scelto la paura come linguaggio e la sicurezza come arma di consenso. Non siamo davanti a una semplice misura di ordine pubblico. Siamo davanti a una messa in scena del potere. Un teatro dell’emergenza permanente in cui la città diventa un campo da presidiare e i cittadini spettatori di una guerra che non hanno mai dichiarato. Ma al di là dell’effetto immediato — rassicurare una parte dell’opinione pubblica e mostrare “presenza dello Stato” — la scena solleva una domanda più profonda: perché il tema della sicurezza resta così centrale nelle politiche della destra?

Costruire l’emergenza permanente

La destra non si limita a rispondere alla paura: la organizza, la amplifica, la rende sistema. Ogni fatto di cronaca (vedi anche i recenti fatti di Torino) diventa la prova che “la situazione è fuori controllo”. Ogni episodio isolato viene elevato a simbolo di un collasso generale. Non importa se i dati mostrano una diminuzione dei reati in molte categorie. I numeri non votano. Le emozioni sì.
La politica della sicurezza funziona solo se l’emergenza non finisce mai. Perché se il pericolo sparisce, sparisce anche la giustificazione per misure straordinarie, poteri rafforzati, repressione normalizzata. La paura deve restare accesa come una luce di emergenza perenne sopra la testa della società.

Governare attraverso la paura

Una società impaurita è una società che chiede meno diritti e più protezione. Che accetta restrizioni in nome dell’ordine. Che guarda con sospetto il vicino invece di chi sta al vertice. In questo senso, la paura non è solo un’emozione: è una tecnologia di governo. Quando la politica smette di progettare il futuro e si limita a promettere difesa, il terreno è già pronto per una deriva autoritaria soft, fatta non di colpi di Stato (troppo appariscenti e fuori moda), ma di piccole rinunce quotidiane: un controllo in più, una libertà in meno, un gruppo umano trasformato in problema.

Sicurezza e consenso

Dal punto di vista elettorale, il tema della sicurezza è estremamente efficace. Offre risposte rapide, slogan chiari e soluzioni apparentemente semplici: più pattuglie, più controlli, pene più severe. È un terreno su cui si può costruire consenso senza affrontare nodi complessi come il lavoro, la casa, la sanità o l’istruzione, che richiedono investimenti, tempi lunghi e politiche strutturali. In questo quadro, la tensione sociale non è solo un problema da risolvere, ma anche una risorsa politica da gestire. Un clima di allarme permanente rafforza invece l’idea che serva un potere forte, decisionista, capace di “ristabilire l’ordine”.

Termini come simbolo

Schierare mezzi militari davanti a una stazione ferroviaria non è solo una misura di sicurezza: è un gesto simbolico. Termini oggi non è solo una stazione. È un simbolo politico. Il luogo dove si sperimenta un’idea di Paese: meno diritti, più controllo. Meno politiche sociali, più politiche di ordine. Meno cittadinanza, più sorveglianza. L’episodio di Termini non è solo una risposta a fatti di cronaca. È un frammento di una strategia più ampia, in cui la paura diventa linguaggio politico e la sicurezza un palcoscenico su cui si gioca il consenso. Ma una democrazia matura non dovrebbe limitarsi a chiedersi come reprimere il disagio: dovrebbe interrogarsi su come evitarlo.