di Silvio Marconi—-
Il 17 dicembre a Piazza Vidoni (Roma) si è svolta una nuova iniziativa di lotta della FLC CGIL, dei “Precari Uniti CNR”, dei “Precari Uniti INFN” e con la partecipazione di un rappresentante del NIDIL CGIL, che si aggiunge a quelle già realizzate in passato e alla occupazione della Sede Centrale di Piazzale Aldo Moro del CNR.
Continua infatti a restare irrisolta la questione della stabilizzazione degli oltre 6.000 precari che rappresentano una parte importante dei lavoratori dei diversi Enti di Ricerca pubblici italiani, e che si collega a quella di oltre 30.000 precari del settore universitario. Le scelte governative sono chiare, sebbene immerse nella nebbia di tentativi di confondere le acque; da un lato si moltiplicano le (vuote) proclamazioni sulla importanza della Ricerca, sulla necessità di evitare la continuazione della “fuga dei cervelli” dall’Italia, dall’altro non si decide alcuno stanziamento vero e significativo per stabilizzare i ricercatori precari e si creano cortine fumogene trasferendo fondi (esigui) da un Ente all’altro, o accettando emendamenti che stanziano somme irrisorie (8 milioni di Euro, coi quali si stabilizzerebbero poche decine di persone!).
Il presidio di Piazza Vidoni e gli interventi che si sono succeduti in esso hanno sottolineato che le scelte governative, riaffermate ed accentuate nella Finanziaria, non sono errori o sviste, ma parte di un piano preciso che, mentre taglia ulteriormente anche le spese sociali (pensioni, sanità, scuola, ecc.) regala 3,5 miliardi aggiuntivi alle imprese (85% al Nord e in primo luogo a quelle collegate direttamente o indirettamente alla galassia militare) e destrina decine di miliardi in forma diretta al riarmo. Infatti è evidente che la precarizzazione serve a ricattare gli individui, colpendone la dignità, perché debbano “scegliere” fra la fame, l’emigrazione o l’accettazione del diventare strumenti della ricerca (privata ma finanziata dallo Stato o pubblica ma sponsorizzata dalle imprese!) ad uso militare o duale, che non soffre e non soffrirà affatto di carenza di fondi.
Dunque la purtroppo non abbastanza conosciuta (grazie anche alla censura mediatica) lotta dei ricercatori precari si inserisce pienamente in quella più generale contro il riarmo italiano ed europeo e per questo servono sia maggiore visibilità e convergenze con le lotte dei portuali, dei metalmeccanici, degli insegnanti, dei pensionati, degli studenti contro le logiche dell’”economia di guerra”, sia una coerenza fra il sostegno di soggetti politici a quella lotta e il voto in Parlamento Italiano e in quello Europeo sulle forniture di armi all’Ucraina e sul piano di riarmo europeo, perché altrimenti si avalla, volenti o nolenti, la manovra mistificatoria governativa sulla pelle non solo dei ricercatori precari ma di un intero Paese destinato programmaticamente a diventare solo retrovia militare e luogo di offerta ricreativa quando non dominio di poteri criminali.
