di Matteo Masum—-
Il balletto dei numeri è un rituale stanco, un diversivo retorico che rischia di rendere parziale qualsiasi lettura della mobilitazione. Lo sciopero generale indetto dalla CGIL per il 12 dicembre, tuttavia, si è prestato inevitabilmente alla consueta tenzone sulle cifre dell’adesione, complice la politicità che una parte del Governo ha cinicamente costruito intorno alla figura del Segretario Maurizio Landini.
Chi la piazza l’ha attraversata ha avuto la netta sensazione di un’occasione mancata, o almeno, non pienamente colta. La data stessa della protesta, ma soprattutto l’assenza di un orizzonte politico e programmatico che l’accompagnasse, ponevano premesse nebulose sulla sua riuscita. Lo sciopero è giunto quasi come un atto dovuto, canonico, di fronte a una manovra di bilancio la cui discussione parlamentare si consuma tutta interna alle fratture del centrodestra, con il Governo che, per precisa volontà politica, ha scelto di non aprire un dibattito reale nel Paese.
In quest’ottica, l’operazione della CGIL è riuscita a metà. È riuscita perché ha messo in campo un punto di vista oppositivo forte e necessario contro la manovra, un’azione che le opposizioni politiche hanno saputo condurre solo in modo parziale. Non è riuscita perché di fronte a una manovra fantasma, che sposterà il PIL di un’inezia, si poteva e si doveva mobilitare il Paese intero, scuotendo dalle fondamenta.
Invece ciò che si è verificato è che a Roma, e nelle altre grandi città, a scendere in piazza sono stati prevalentemente l’apparato organizzativo della CGIL e i suoi generosi militanti. I numeri dei cortei sono stati variabili; nella Capitale, a onor del vero, si è visto di meglio. L’assenza di grandi nuclei di fabbrica, storicamente l’epicentro della maggiore conflittualità, e la netta prevalenza del settore impiegatizio, hanno trasformato la potenziale fiumana di protesta in un rivolo che non ha saputo riempire le strade romane e che difficilmente potrà turbare il sonno del Governo Meloni.
A queste considerazioni si aggiungono le tante ore di sciopero che si sono già succedute da settembre sulla questione palestinese, sommate a quelle che i metalmeccanici avevano già speso per il rinnovo del CCNL. Le difficoltà oggettive di questa singola data erano dunque sul tavolo fin da subito.
Il problema è proprio questo: tali difficoltà erano chiare a tutti. Per questo motivo, sarebbe stato probabilmente più sensato e strategicamente vincente optare per una tattica differente, basata sulla convergenza che, lo scorso 3 ottobre, era stata in grado di mobilitare realmente il Paese.
La presenza dello striscione dei lavoratori autoconvocati nel corteo di Roma, che recitava il monito perentorio: “Mai più scioperi separati”, offre da questo punto di vista un auspicio e una direzione di marcia ineludibile per rilanciare una vera offensiva sociale. L’unità della classe lavoratrice è l’unica risposta possibile all’attacco neoliberale del Governo.
