di Matteo Masum—-

Le temperature rigide di questi giorni non lasciano dubbi: l’inverno è arrivato nelle nostre città, anche se, formalmente, l’autunno non è ancora concluso e ci sarebbe spazio per un’ultima fiammata. Giungiamo a questo punto dopo mesi caldi, anzi roventi, in cui le piazze si sono riempite di corpi e di parole d’ordine che lasciavano presagire orizzonti ben diversi da ciò che, fino ad ora, il movimento è riuscito a esprimere.

La convergenza del 3 ottobre, che ha rappresentato per l’Italia una delle punte più avanzate delle lotte recenti, ha purtroppo lasciato il passo alla consueta dinamica, una conflittualità che sembra più rivolta contro le sigle stesse che contro il potere. Questa deriva ha nuovamente lasciato milioni di persone alla mercé della propria sensibilità individuale, un elemento che inevitabilmente spaventa molto meno della ben più pericolosa coscienza di classe.

Nel frattempo, il mondo è andato avanti rapidamente. Mentre le direzioni politiche e sindacali si attardavano a discutere di tattica e strategia, i potenti hanno mosso i loro pezzi sulla scacchiera.

In Italia, il governo Meloni ha licenziato una “manovretta” che non sposta nulla in termini di PIL, ma che si rivela lo strumento perfetto per consolidare il ruolo di potenza imperialista che si prepara apertamente alla guerra. Dal prossimo anno, una quantità inusitata di risorse verrà destinata alle politiche di riarmo, mentre lavoratori e lavoratrici continueranno a sperimentare salari troppo bassi. Un elemento che, pur non essendo esclusivamente imputabile a questo esecutivo, certifica l’inadeguatezza della politica economica del governo Meloni, che avrebbe potuto sfruttare il volano dei miliardi del PNRR per consentire al Paese di recuperare gli anni perduti a causa dell’austerità e dell’inflazione.

Mentre si sperperano miliardi per soffiare sul fuoco del conflitto interimperialistico, la sanità pubblica continua ad annaspare e l’industria sconta anni di assenza di pianificazione. Il caso ILVA, tornato alla ribalta grazie alla combattività degli operai di Genova, è un esempio emblematico dell’incapacità di questo governo di prendere decisioni serie sulle questioni che contano davvero.

Per queste ragioni, e per molte altre, il 12 dicembre è necessario scendere in piazza in occasione dello sciopero indetto dalla CGIL. Sebbene si tratti di uno sciopero fuori tempo massimo, è attraverso questa mobilitazione che lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse, precari e disoccupati potranno lanciare un segnale inequivocabile alla Meloni e ai suoi accoliti. Loro, consapevoli di reggersi su fondamenta traballanti, stanno già discutendo di modifiche alla legge elettorale: facciamoli tremare ancora di più.