di Daniela Alessandri—-
Il secondo incontro del percorso partecipativo sul progetto di Viale della Caravaggio ha confermato ciò che a Tormarancia era già evidente: il quartiere non è disposto a farsi travolgere da un’operazione speculativa mascherata da “rigenerazione urbana”. In aula non sono emerse semplici perplessità, ma una critica profonda e strutturata. Una comunità unita, preparata e determinata ha smontato pezzo per pezzo un progetto che non risponde ai bisogni del territorio, ma solo agli interessi di chi vede nella città un terreno di profitto.
L’area non è degradata, non è abbandonata, non è un vuoto urbano da ricucire
Eppure, viene presentata come se lo fosse.
È questo il primo nodo: usare la normativa sulla rigenerazione urbana per giustificare un aumento massiccio delle volumetrie, aggirando i limiti del piano regolatore e scaricando sul quartiere gli impatti di un’operazione tutta privata.
Si tratta di un meccanismo ben noto nelle trasformazioni romane degli ultimi vent’anni: nomi nuovi per vecchie logiche di rendita. E la politica, quella che governa questa città, facilita e promuove questo tipo di speculazione, anche in barba alle normative.
Il fatto che una parte delle aree sia ancora al centro di contenziosi legali rende l’operazione ancora più opaca.
Come si può avviare un percorso partecipativo su un progetto che non è nemmeno certo nella sua base proprietaria?
Il rischio è evidente: legittimare in anticipo ciò che è ancora oggetto di dispute, mettendo i residenti davanti al fatto compiuto. Il dato più eclatante resta quello urbanistico: oltre 21 mila metri quadrati di nuova edificazione su un lotto che ne misura poco più di ottomila. Una densificazione che stravolge gli equilibri della zona e introduce cinque torri dai dieci ai ventuno piani, una delle quali destinata a diventare il terzo edificio più alto di Roma.
In un quartiere come Tormarancia, nato con un’idea di urbanità popolare, permeabile, ancorata agli spazi aperti e al verde, l’impatto sarebbe devastante. Non si tratta di riqualificare, ma di imporre una verticalizzazione estranea e respingente.
Gli elaborati tecnici lo dicono chiaramente: gli spazi dichiarati “pubblici” diventerebbero in realtà aree private di uso pubblico, controllate da un unico accesso. I passaggi tra i diversi lotti sarebbero stretti, discontinui, poco sicuri.
Il risultato? Un complesso chiuso, una piccola cittadella autonoma che non dialoga con il quartiere e che anzi lo divide.
È l’opposto della rigenerazione: anziché cucire, spezza.
A fronte di questa mole edilizia, cosa restituirebbe il progetto al quartiere? Una Zona 30 su via Veronese e qualche piantumazione simbolica. Non nuovi servizi, non nuove attrezzature pubbliche, non spazi realmente fruibili. Una manciata di elementi cosmetici che non compensano minimamente il salto di carico urbanistico e di traffico che ricadrebbe sull’area.
Non solo: alcune aree verdi proposte nei rendering non sarebbero nemmeno piantumabili per motivi tecnici. Di fatto, verde di facciata.
Di fronte a tutto questo, i residenti hanno fatto una scelta politica chiara: non proporranno modifiche né servizi aggiuntivi di miglioramento di ciò che migliorabile non è. Non accetteranno di “sistemare” un progetto che è sbagliato alla radice. La posizione è netta: l’intervento non è migliorabile, va fermato.
Il terzo incontro del percorso partecipativo, previsto per il 27 di novembre, sarà solo un appuntamento formale: la comunità ha già espresso il proprio No in modo compatto e documentato.
In queste settimane i comitati e i cittadini stanno preparando osservazioni scritte puntuali, che verranno depositate agli atti. Non un gesto burocratico, ma un atto di difesa collettiva del territorio, un modo per impedire che l’ennesima operazione privata venga scaricata su uno dei quartieri più vivi e identitari della città.
