di Unlike (blogger)—-
Era il febbraio 2021 quando l’ex stazione sanitaria di Maccarese, sgomberata dopo anni di occupazione, sembrava destinata a diventare finalmente quello che il territorio aspettava da sempre: un hospice, una struttura di cure palliative per accompagnare con dignità le persone nel momento più delicato della vita. Promesse pubbliche, dichiarazioni solenni dell’allora sindaco Montino, della Regione Lazio e dell’ASL Roma 3. Quattro anni dopo, quelle promesse sono polvere.
L’amministrazione Baccini ha seppellito il progetto senza spiegazioni. Al suo posto, un generico “servizio di ospitalità” travestito da housing sociale, una Casa Rifugio finanziata con fondi comunali – scelta nobile, forse, ma che tradisce una verità più cruda: Fiumicino non avrà un hospice.
I numeri raccontano una realtà brutale. L’ASL Roma 3 – che copre i municipi X, XI, XII e Fiumicino – dispone di appena tre strutture private e accreditate per le cure palliative specialistiche.. La Regione Lazio raggiunge solo l’82% della copertura del fabbisogno, mentre l’obiettivo nazionale è il 90% entro il 2028. Nel territorio ci sono buchi neri assistenziali che condannano malati terminali e famiglie a percorsi impossibili, trasferimenti dolorosi verso Roma, liste d’attesa infinite.
L’hospice di Maccarese non era un capriccio: era una necessità sanitaria documentata, un presidio fondamentale per un territorio vasto e mal servito. Invece, l’ex stazione sanitaria – testimone storica della bonifica delle paludi negli anni ’30 – viene restaurata per altri scopi, mentre i malati oncologici di Fiumicino devono attraversare la città per morire dignitosamente.
L’opposizione denuncia l’opacità, la mancanza di trasparenza, il tradimento di una promessa solenne. Ma il problema è più profondo: è la sistematica rimozione delle priorità sanitarie dal dibattito pubblico locale, la resa davanti alle carenze strutturali del SSN, l’accettazione passiva che certe cure “tanto le fanno altri, altrove”.
Fiumicino ha scelto: non avrà un hospice. E le famiglie continueranno a migrare, tra ospedali metropolitani e strutture private, cercando quello che la loro città ha deciso di non offrire.
