di Daniela Alessandri—-
“Metti un guinzaglio alla tua ragazza ci vede e si comporta come una t…”, recita “DM”, ma non è finita qui. Perché in “TVTB” Tony Effe canta: “Bitch, ogni giorno non mi lasciano libero (no). Le ordino da casa come Deliveroo”.
In “Magazine”: “La tua tipa tra i miei seguaci mi vede e dopo apre le gambe la sc*po e poi si mette a piangere…”
E ancora in “Dopo le 4”: “Ti sputo in faccia solo per condire il sesso / Ti chiamo ‘puttana’ solo perché me l’hai chiesto / Ti sbavo il trucco, che senza stai pure meglio / Ti piace solamente quando divento violento”
[cit. Toni Effe]
La recente polemica esplosa sui social e in televisione riguardo la cancellazione della partecipazione di Tony Effe al concertone di Capodanno a Roma, ha portato alla luce i contenuti delle sue “liriche”, probabilmente sconosciute a gran parte delle cittadine e dei cittadini romani. La sua esclusione dal programma non solo era necessaria, ma ci si chiede come mai il Comune di Roma abbia inserito, in maniera facilona e superficiale, un personaggio che scrive testi che promuovono una visione tossica e violenta delle relazioni umane. Le proteste e l’indignazione di molte associazioni e cittadin* rappresentano un importante segnale di rifiuto della cultura della violenza, evidenziando il legame tra linguaggio e normalizzazione di comportamenti misogini e patriarcali.
Smascherare e combattere la cultura dello stupro è un passo fondamentale: questa si manifesta anche attraverso rappresentazioni tossiche delle relazioni, diffuse da modelli culturali che legittimano prevaricazione e dominio. Non si tratta di censura, ma di responsabilità politica e sociale: promuovere rispetto e giustizia significa prendersi cura delle relazioni e sfidare apertamente i paradigmi patriarcali. La lotta contro la violenza di genere è una sfida quotidiana che richiede l’impegno collettivo per rompere schemi ormai radicati.
Nel Lazio, nel 2024, si sono registrati 13 femminicidi, di cui 10 solo a Roma. Questi dati evidenziano quanto la cultura patriarcale, intrisa di violenza e sottomissione, continui a permeare famiglie, scuole, luoghi di lavoro e la società nel suo complesso. Tuttavia, anche la rete di sostegno per le vittime appare insufficiente: nella Regione Lazio ci sono solo 48 centri antiviolenza e 18 case rifugio, un numero drammaticamente basso per affrontare un fenomeno così diffuso e per garantire un reale supporto a chi cerca aiuto.
La scuola, colpita da tagli ai finanziamenti dirottati verso spese militari, rimane uno spazio cruciale per la costruzione di nuovi immaginari e modelli relazionali. Lo slogan della manifestazione nazionale del 23 novembre, “Ci vogliamo viv*: disarmiamo il patriarcato”, richiama la necessità di agire a partire dalle scuole, dove le persone in formazione trascorrono gran parte del loro tempo. È qui che si possono disinnescare le dinamiche di violenza, paura e possesso, utilizzando il potere del rumore, della rabbia e della resistenza transfemminista, insieme a percorsi educativi adeguati. È qui che bisogna iniziare a decostruire anche i modelli musicali che glorificano forza e dominio come valori vincenti.
Questo impegno è indispensabile per onorare la memoria di Aurora, Giulia e tutte le altre vittime, fermare l’allungamento di questa tragica lista e dare forza a chi combatte ogni giorno contro la violenza e l’oppressione patriarcale.
