di Loredana Fraleone—-

Non ci sono state le partite nel Lazio dei campionati dilettanti, previste per il 6-7-8 dicembre, a causa della protesta degli arbitri stanchi di subire aggressioni da parte di tifosi, che fanno parte di quella genia sempre più diffusa di persone che se la prendono con chi, secondo loro, non soddisfa i propri bisogni, che sia il medico, l’insegnante o l’arbitro che danneggia la squadra del cuore.

La  classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, nel Lazio, è stata prodotta dall’ultima aggressione nei confronti di Edoardo Cavalieri, mentre arbitrava la partita del campionato di terza categoria tra il Corchiano e il Cellere.

Per dare una risposta forte all’ennesimo episodio di violenza nei confronti di un arbitro, è stata inviata una lettera al Comitato regionale arbitri del Lazio, che ha preannunciato lo sciopero dei conduttori di gara come “non più rinviabile”.

Tutto questo induce a riflessioni su cosa sia diventato lo sport in questi anni. Mi sembra tuttavia che non si possa parlare di sport in generale, si pensi al tennis, che in questo periodo attira molta attenzione e non presenta fenomeni simili a quelli del calcio. Il tennis è uno sport molto praticato in genere da ceti medi, medio alti o da veri e propri ricchi, gode di partecipazione attiva importante da parte degli appassionati, con atteggiamenti di grande “cortesia” tra i/le contendenti . In molti altri sport, supportati sempre più dai vari settori militari, ma di nicchia, non si assiste a fenomeni come quelli presenti nel calcio

C’è quindi da chiedersi come mai aggressività e vera e propria violenza, come quelle denunciate nel Lazio e che hanno portato al ricovero in ospedale dell’arbitro Cavalieri, si concentrino particolarmente nel calcio a tutti i livelli e rispetto a tutte le età dei giocatori, dalle multinazionali della serie A alle partitelle tra ragazzini nei campetti di periferia.

Il calcio è uno sport popolare, quello di cui si discute nei bar e non solo, quello in cui si identificano milioni di italiani/e, cercando in alcuni casi di riversare lì le proprie frustrazioni. C’è di tutto nel calcio, un vero e proprio spaccato della società, dai segnali di solidarietà rispetto al popolo palestinese che sta subendo un genocidio, ai cori razzisti verso giocatori di colore, dalle curve, meno affollate, di sinistra a quelle di estrema destra. Un mondo che andrebbe indagato di più, come specchio di una società frantumata dall’egemonia di una cultura, che enfatizza la forza verso i deboli, la sopraffazione come mezzo per il successo individuale anche a scapito di chi ti sta a fianco.

Per questo gli stadi dovrebbero diventare luoghi di iniziativa politica, se si vuole affermare una cultura alternativa a tutto questo.