di Loredana Fraleone—-

Solo 12 Licei Economico Sociali su 81 nel Lazio hanno approvato loro sostituzione il nuovo indirizzo del Made in Italy, che punta a stringere ancora di più il rapporto tra istruzione e mercato del lavoro. Un’operazione che può trovare consenso solo in chi, oltre a non apprezzare la cultura in sé, non coglie l’evidenza di un’ arretratezza del sistema produttivo italiano che non regge il passo con le forti innovazioni presenti nei paesi più avanzati.

Innovazioni che richiederebbero una più alta formazione, un sapere complesso, di conoscenze apparentemente “inutili”, che rendono le intelligenze più flessibili e quindi più adatte a cogliere le innovazioni. Nel solco delle sciagurate riforme degli ultimi decenni, di cui la “Buona Scuola” è stato solo l’ultimo colpo a un sistema rispondente al dettato costituzionale, il governo Meloni vara una riforma, che prevede anche la riduzione di un 30% degli istituti tecnici a 4 anni, con una destinazione ad altri 2 negli Istituti Tecnici Superiori (post diploma). La resistenza delle scuole è stata notevole al Made in Italy e se il ministro Valditara giustifica il flop nazionale con i tempi stretti, dimentica che lo sono stati anche per le informazioni su un percorso che penalizza discipline formative a vantaggio di improbabili studi su “competenze connesse con tutto ciò che viene fatto in Italia”e con prevista estensione dell’alternanza scuola/lavoro.

La scuola continua a resistere alla devastazione culturale e questo fa sperare su una ripresa collettiva dei  valori che sottendono la salvaguardia di diritti universali.