di Loredana Fraleone—-

In “Piazza Palestina”, come è stata ribattezzata la piazza del Comune a Viterbo, ogni sabato da mesi è presente un presidio, per coinvolgere l’opinione pubblica nella denuncia del genocidio a Gaza e per promuovere la pace nel mondo. Sabato scorso, a ridosso della “festa” della mamma, un gruppo di donne in nero ha esposto  cartelli, con frasi che richiamano al sacrificio e alla sofferenza particolare delle madri palestinesi nella tragedia di Gaza e nella drammatica situazione vissuta in tutta la Palestina.

L’iniziativa ha suscitato molto interesse nei passanti (in questo periodo Viterbo è molto affollata), alcuni dei quali si sono fermati a leggere i cartelli, esprimendo apprezzamenti per l’iniziativa.

A terra sono stati messi giocattoli e scarpette di bambini, per ricordarne la strage perpetrata a Gaza prima con i bombardamenti, poi con la fame, la mancanza di acqua, di medicine e una condizione di ricovero sotto tende approssimative, impotenti verso il freddo e le precipitazioni di grande intensità.

Durante il presidio è stata letta una lettera di una madre palestinese, inviata ad una delle partecipanti, che semplicemente racconta di come si svolge quotidianamente la sua vita e quella dei familiari e del ruolo fondamentale che le madri, le donne palestinesi svolgono per resistere, per mantenere in vita ciò che resta.

La riporto senza commenti, perché parla da sé:

Prima di tutto, porta i nostri saluti alla tua famiglia e ai tuoi amici. Apprezziamo molto i vostri sforzi per aiutarci. Ci danno forza.

Come madre, ti dico che le donne sentono più stress degli altri membri della famiglia, per via delle responsabilità che hanno.

Ti racconto una giornata tipo, anche se naturalmente non è uguale per tutti e, per alcune persone, la situazione è molto peggiore della nostra. La nostra tenda è una di quelle buone: quando piove entra poca acqua e il vento non la strappa facilmente. Altre persone vivono in condizioni molto peggiori delle nostre.

Ci svegliamo presto. Io mi alzo ogni giorno alle sei. Accendo il fuoco e preparo la colazione quando ne ho il tempo; se non riesco, gli altri membri della famiglia cercano di aiutarsi tra loro per prepararla. A volte mi aiutano mio marito, le mie figlie, oppure mio suocero e mia suocera, che vivono con noi nella stessa tenda.

Poi mettiamo coperte e materassi al sole, per proteggerli dagli insetti e dai parassiti. Dopo laviamo i piatti e cerchiamo di pulire la tenda.

Io lavoro tutti i giorni tranne il venerdì. I bambini vanno nelle scuole dell’UNICEF. Mohammad va all’asilo.

Cerchiamo di fare la doccia una volta a settimana, usando strumenti molto semplici. Cerchiamo anche di riempire le taniche quando arrivano i camion che distribuiscono l’acqua, sia per bere sia per gli altri usi. Ma niente di quello che usiamo o beviamo è davvero pulito.

Torno dal lavoro alle due del pomeriggio e continuo a lavorare in casa: pulire, lavare. Non c’è tempo per fermarsi.

Poi preparo il pranzo. Non c’è più quasi niente da comprare al mercato e i prezzi sono altissimi.

Nel pomeriggio i miei figli e le mie figlie cercano di studiare. A volte, la sera, vengono a trovarci alcuni parenti. Stiamo insieme e parliamo della nostra vita, soprattutto dei nostri sogni di tornare a casa e della vita che avevamo prima.

Tra le dieci e le undici di sera vado a letto.

Il sovraffollamento, sia all’interno della famiglia sia con le altre persone, crea nuove difficoltà e responsabilità. La cosa peggiore è la mancanza di privacy, anche nelle cose più semplici, come fare la doccia, parlare o nel rapporto tra marito e moglie.

Non mi piace guardarmi nel piccolo specchio che abbiamo, perché vedo che il mio viso è cambiato. La mia pelle è pallida.

Cerchiamo di andare avanti come possiamo.