di Alexander Höbel—-

 Il quarantesimo anniversario della scomparsa di Enrico Berlinguer ha visto riaccendersi l’interesse nei confronti della sua figura e della stagione politica di cui fu protagonista. Il film Berlinguer. La grande ambizione, del regista Andrea Segre, si concentra su sei anni decisivi, dal 1973 al 1978. Due sono gli assi centrali della narrazione: il rapporto sempre più teso e la distanza crescente dal blocco sovietico; e la politica del compromesso storico, col dialogo intessuto con Moro al fine di sbloccare la democrazia repubblicana, superando la conventio ad excludendum e legittimando il Pci ad assumere quel ruolo di governo che aveva già ricoperto nel 1944-47, all’epoca del primo grande “compromesso storico”.

Il film, dopo un rapido flash sul golpe in Cile del 1973, si apre con lo «strano incidente» che colpì Berlinguer in Bulgaria poche settimane dopo, al termine di colloqui tesi con il leader bulgaro Živkov. Ci sono poi l’incontro con Brežnev e l’intervento di Berlinguer, accolto con freddezza, al Congresso del Pcus del 1976. Aumentando la distanza dall’Urss, Berlinguer decide di porre fine ai finanziamenti sovietici ma non “rompe” in modo radicale con quel mondo, evidentemente per considerazioni politiche generali e non certo per il timore di perdere la “protezione” dell’Urss (la scena della velata minaccia di Cossutta è del tutto irrealistica). Berlinguer punta sull’eurocomunismo, critica il “modello” sovietico, ma considera quei paesi come parte di un variegato schieramento antimperialista mondiale, nel quale anche il Pci, con le sue peculiarità e la sua autonomia, continua a riconoscersi. Sa che operando in Occidente non farà “la fine di Dubček”, ma sa pure che in questa parte del mondo la via democratica al socialismo ha nemici ancora più determinati. Le microspie collocate in casa Tatò sono opera della Cia, ma nel film la cosa non è chiara.

Più convincente appare il discorso sul contesto italiano, con la “grande politica” tentata da Berlinguer, il dialogo con Moro e le riserve che tale linea incontra in ampi settori della base. Del gruppo dirigente vediamo alcuni protagonisti, ma esponenti di primo piano come Amendola, Bufalini, Chiaromonte, Lama, Pajetta, Napolitano e Tortorella non compaiono, così come Longo, presidente del partito e principale critico del compromesso storico. Certo, un film non è un libro di storia, ma una maggiore attenzione al dibattito interno avrebbe giovato.

Il film è arricchito da materiali di repertorio straordinari che emozionano molto – così come molto intensa è l’interpretazione di Elio Germano – e almeno in parte restituisce lo spirito del tempo; un tempo in cui partecipazione di massa e politica trasformatrice marciavano insieme, e militanti e dirigenti condividevano la grande ambizione di cambiare il proprio paese e il mondo.