di Loredana Fralleone—-

Ousmane Sylla, veniva dalla Guinea, un’area geografica dove iniziò la tratta degli schiavi e che è rimasta sottomessa a soprusi e povertà per secoli, anche oggi, dopo aver raggiunto “l’indipendenza” dalla dominazione francese. 

Era un ragazzo di 22 anni, che sognava di poter guadagnare quanto bastasse ai suoi fratelli per sopravvivere. Uno dei tanti che rischiano la vita per arrivare in un paese che non li accetta, in quanto “migranti economici”. Infatti dal centro di accoglienza di Trapani era stato trasferito al CPR di Ponte Galeria a Roma per essere rimpatriato, ma i tempi burocratici sono lunghi e incerti. Difficile adattarsi a quel luogo disumano, come è stato più volte testimoniato da autorevoli visitatori, per un ragazzo ferocemente disilluso nella speranza di cambiare vita. Così ha deciso di farla finita, lasciando un ultimo messaggio in francese: “Per favore, riportate il mio corpo in Africa, mi manca tantissimo il mio Paese, mi manca tantissimo mia madre. Le forze dell’ordine non capiscono nulla, nemmeno la mia lingua. Non ne posso più, voglio solo che la mia anima riposi in pace”.

La rivolta che ne è seguita, da parte dei compagni che l’hanno trovato impiccato e cercato invano di salvarlo, non è la prima, come le segnalazioni rispetto alla disumanità di quel centro. Dovremmo ribellarci tutti e tutte  di fronte a quella che è una vergogna per una città che si professa inclusiva e democratica. Dovremmo urlare forte contro chi ha istituito lager per persone detenute senza aver commesso alcun reato. Dovremmo pensare alla famiglia di Ousmane, per la quale a soli 22 anni ha perso la vita.