di Giuseppe Carroccia—-
Anche Mancini Sport, il negozio sotto i colonnati di Piazza Don Bosco, la settimana prossima cesserà la propria attività dopo più di mezzo secolo. Aveva retto anche la riduzione delle vendite nel periodo del Covid dimezzando lo spazio espositivo, chiudendo una vetrina, ma l’aumento dei costi di gestione ha reso inevitabile la chiusura dei battenti.
In uno dei quartieri più densamente popolati d’Europa la crisi economica impatta meno sugli esercizi di vendita di prossimità, talmente è numerosa la clientela, ma incide ugualmente. Negli ultimi anni hanno chiuso gli storici negozi di strumenti musicali di piazza dei consoli e Martinez a Piazza Don Bosco gestito fino a che gli hanno retto le forze dal proprietario di origine siciliana che nonostante l’artrite avesse deformato le sue mani giganti, pazientemente continuava ad accordare le chitarre ai ragazzini alle prime armi. In un quartiere che di fatto è una città e in cui l’anonimato e la dispersione caratterizzano i rapporti umani, i negozi storici hanno da sempre costituito un punto di riferimento, una conoscenza comune e diffusa, la lingua di una topografia che crea comunità.
Alle elementari i maestri più innovativi facevano fare ricerche sui negozi delle vie in cui abitavano gli allievi e sui cambiamenti che avvenivano nella gestione, in genere familiare.
Erano attività che cambiavano molto più raramente rispetto ad oggi. Anche questo è il turbo capitalismo. La trasformazione ha in un primo momento fatto chiudere quasi tutte le attività artigianali sostituite da banche, società finanziarie, cambio oro, agenzie immobiliari, Caf, laboratori di analisi della sanita privata.
Resistevano qualche corniciaio, le mercerie con le vetrine vintage, qualche ferramenta ma con gli impiegati sempre meno capaci di darti le indicazioni giuste su come fare il lavoro. Intramontabili meccanici e soprattutto gommisti visto lo stato delle strade della capitale.
Negli ultimi anni hanno aperto invece molte attività artigianali nuove. In particolare sartorie, (chi è più capace di fare un orlo ai pantaloni?), lavanderie, negozi di riparazione di telefoni e computer. Quasi tutti gestiti da lavoratori stranieri prevalentemente bengalesi e pakistani. Come anche nei negozi di alimentari e i fiorai. Stessa cosa i barbieri, pochissimi sono rimasti quelli della vecchia scuola forbice e pettine. Non sembra avere crisi la ristorazione con la chiusura delle vecchie pizzerie al taglio e pasticcerie, ma l’apertura di tanti punti vendita e ristoranti etnici piene di giovani.
Un discorso e quindi un articolo a parte meriterebbe via Flavio Stilicone una delle più importanti che è rinata recentemente con l’isola pedonale dopo che l’aumento vertiginoso degli affitti voluti dalla Immobiliare Vaticana in pochi mesi aveva di fatto portato alla chiusura di quasi tutti i negozi e l’abbandono per anni alla criminalità organizzata degli edifici abbandonati.
Dimostrazione che si può immaginare una città diversa a partire dai quartieri periferici e semiperiferici e anche lì si può sviluppare la lotta di classe contro gli interessi delle grandi multinazionali del profitto e del commercio.
Nella relazione tra pensionati e giovani artigiani stranieri che spesso sono gli unici capaci di aiutarti a risolvere i problemi anche un antidoto a fascismo e razzismo.
Ma i capelli li tagliavano meglio i vecchi barbieri.
